La morte di Diego Rivera conquistò un posto speciale nei giornali dell’epoca e per tre giorni si prese tutto lo spazio destinato alle notizie sensazionali. Quando quel lunedì 25 settembre 1957 venne annunciata dalla stampa la sua scomparsa a Città del Messico, una folla immensa si riversò al Palazzo delle belle arti, dove era stata allestita la camera ardente. Non erano tutti rivoluzionari o rappresentanti del popolo. Anzi, appartenevano a diversi ceti sociali ma non vollero rinunciare al rito collettivo che dal centro città si andava dipanando verso il Cimitero di Dolores. A raccontare la straordinarietà di quella morte è il poeta e giornalista Alfredo Cardona-Peña nel libro El monstruo en su laberinto, che riunisce una serie di interviste e conversazioni (anche intime) raccolte tra il 1949 e il 1950 e pubblicate in prima battuta sul quotidiano messicano El Nacional.

Eppure, con il pittore, muralista e carismatico agitatore cultural-politico la vita non era stata sempre così generosa di riconoscimenti. Basti pensare al caso più controverso della sua carriera, quando nel 1934 il dipinto commissionato per il Rockefeller Center di New York ( Uomo al Crocevia) fu distrutto a causa dei dissidi con la potente famiglia, dopo che l’artista messicano si era rifiutato di sostituire la figura di Lenin. Neanche guardando la sua opera in frantumi Rivera però si perse d’animo: ridipinse tutto, con il nuovo titolo L’uomo, controllore dell’universo, destinando il suo lavoro al Palazzo delle belle arti di Città del Messico. D’altronde, per lui l’arte coltivava in sé il dono della metamorfosi sociale, trasformandosi consapevolmente in «un’arma efficace contro le menzogne rivolte al popolo».