Tradizione e rivoluzione, accademia e avanguardia, cultura arcaica, popolare e modernità. Arriva a Roma la mostra "Diego Rivera e la costruzione dell'arte moderna in Messico nel XX secolo", la più grande esposizione sull'arte messicana in Europa negli ultimi decenni, la prima realizzata in Italia su Diego Rivera, il pittore e muralista messicano più famoso al mondo. E' un viaggio tra i colori del Messico, una straordinaria retrospettiva dedicata al pittore e un appuntamento unico con l'arte messicana. Se il protagonista è Diego Rivera la mostra racconta infatti una storia più ampia: come nacque l'arte moderna in Messico, attraverso quali scambi e tensioni si formò e in quanti modi diversi il paese cercò di capire se stesso attraverso le immagini. Una ricerca che comincia prima di quanto si pensi: non con la Rivoluzione del 1910, ma con l'Indipendenza del 1821, quando il Messico diventa nazione e si trova davanti a una domanda difficile: che cosa significa essere messicani? Ecco, l'arte fu uno degli strumenti con cui si tentò di rispondere, e quella domanda attraversa tutta la mostra. Ospitata a Roma ai Musei Capitolini, a Villa Caffarelli, la mostra che resterà in esposizione fino al 13 dicembre, svela per la prima volta una straordinaria selezione dell'arte messicana moderna perché, oltre alle opere di Rivera, accoglie capolavori di artisti come Frida Kahlo, José María Velasco, José Clemente Orozco, David Alfaro Siqueiros, María Izquierdo. E ancora, maestri del calibro di Tamayo, Lozano, Montenegro, Ruiz, Dr Atl, Saturnino Herrán e tanti altri. In tutto 140 opere di cui 30 di Rivera. E poi ancora alcuni video e scatti, tra cui le fotografie di Diego Rivera, immortalato da Tina Modotti. Il percorso "grazie ad una quantità di opere eccezionali mostra l'evoluzione nella formazione i Rivera anche nei rapporti con le avanguardie europee" ha sottolineato Claudio Parisi Presicce, sovrintendente capitolino ai Beni Culturali e direttore dei Musei Capitolini, ricordando come il pittore messicano visitò anche i Musei Capitolini dove realizzò uno schizzo del famoso busto antico del filosofo greco Epicuro, uno studio che influenzò profondamente la sua attenzione per la scultura classica rielaborandola nei suoi successivi capolavori del muralismo messicano. E quanto dell'eredità di Giotto si può provare a scovare nell'idea stessa di murales? Quanto della tradizione del vedutismo? D'altronde, racconta la mostra, anche molti artisti messicani erano stati catturati del fascino epico del viaggio in Italia. E in Europa. Dove rimasero impressionati dalle temperie del cubismo o del surrealismo. Lungo queste direttrici si sviluppa il percorso della mostra in quattro grandi nuclei. Il primo risale alle origini: l'accademia, la formazione, il dialogo tra Messico e Italia che definisce la cultura artistica del XIX secolo. Il secondo segue Rivera e i suoi contemporanei in Europa, in Spagna, in Francia, in Italia, dove si confrontarono con le avanguardie "senza smettere di essere messicani". Il terzo entra nel cuore del cosiddetto Rinascimento messicano: il muralismo, l'identità nazionale, la Rivoluzione. Il quarto, infine, racconta ciò che il muralismo non esauriva, quegli artisti che, negli stessi anni, esploravano il fantastico, il metafisico, l'onirico. Promossa da Roma Capitale, la mostra è prodotta in collaborazione con MetaMorfosi Eventi e con il Museo Kaluz di Città del Messico, con il supporto di Zètema Progetto Cultura e con il patrocinio dell'INBAL, Instituto Nacional de Bellas Artes y Literatura del Messico e dell'Ambasciata del Messico in Italia. L'esposizione è curata da Miguel Fernández Félix, direttore del Museo Kaluz, e da Alberto González Torres, direttore del Museo Robert Brady.