Dopo la tappa al monumento Porta d’Europa, sul versante sud di Lampedusa, il pontefice ha visitato il vicino molo Favaloro per benedire la targa dedicata al suo predecessore. «Molo Papa Francesco, luogo di approdo, speranza e umanità», recita il testo. È su quella striscia di cemento che toccano per la prima volta il territorio europeo i migranti soccorsi in alto mare o i corpi di chi non ce l’ha fatta.
UN TEMPO L’ACCESSO era libero e la struttura usata soprattutto dai pescatori locali. Negli anni, con l’aumento dei flussi, la sua funzione è cambiata e sono arrivate nuove regole. Fino al 2011, quando migliaia di cittadini tunisini giunsero sull’isola dopo la caduta del regime di Ben Alì, i giornalisti potevano percorrere quel pezzo di terra senza problemi. Per seguire le operazioni di sbarco e parlare con i sopravvissuti alla traversata. Da allora le restrizioni sono aumentate e oggi una targa gialla con scritto «Zona militare» impedisce il passaggio a chi non ha una specifica autorizzazione del Viminale. Così i cronisti si arrampicano sul tetto di una costruzione adiacente al cancello di ingresso, puntando sguardi e obiettivi verso lo stesso punto, con Lampedusa alle spalle.
Il molo è uno specchio delle tante contraddizioni che vanno in scena sull’isola. È insieme luogo di salvezza e morte, di accoglienza e militarizzazione. «Quando l’ho visto ho pensato: sono arrivato in un posto sicuro, posso considerarmi finalmente in salvo», racconta Majid, sbarcato nell’agosto 2011 dopo una difficile traversata iniziata giorni prima dalle coste libiche.










