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Cesare Giuzzi e Matteo Marcon

Le indagini in Gran Bretagna: nel 2023 a Leeds un'aggressione simile

«Si vedevano solo gli occhi». Lamin Saidilly, 22 anni, aveva il cappuccio di una felpa nera in testa. Lo scaldacollo a coprire gran parte del viso. Tanto da farlo sembrare un passamontagna. Le telecamere del bar lo catturano quando gira l’angolo di via Capecelatro verso l’ultimo tratto di via Paravia. Fa una manciata di passi, poi piomba alle spalle di Gerardo P., informatico di 55 anni, moglie e una figlia. Era in piedi, davanti al padre Costantino, 78 anni, ex piastrellista seduto a far colazione ai tavolini di plastica bianca del bar «La Giada». I filmati mostrano la sua sorpresa alle prime fitte della lama. Si volta di scatto, ma non ha il tempo di fare altro. Perché quel ragazzo vestito di nero gli è addosso, lo colpisce all’addome, al torace, ovunque riesca prima di essere bloccato a terra dalla reazione proprio del padre della vittima e di due clienti egiziani, due muratori che stavano per andare in cantiere.

Si chiamano Osama e Sobhi, 55 e 38 anni. Sono loro i primi ad avventarsi su quel fantasma arrivato da chissà dove. Da dentro al bar, un altro cliente, italiano, che sta leggendo il giornale, sente il trambusto e si fionda fuori. Anche lui lotta con quel ragazzo ormai quasi immobilizzato a terra ma che non lascia il coltello. Gerardo P., Jerry come lo chiamano tutti, ha il tempo di rialzarsi e rifugiarsi terrorizzato dietro al bancone del bar. «C’era sangue dappertutto», ripetono i baristi cinesi che qui, nella periferia affacciata sullo stadio di San Siro, sono un punto di riferimento per tutto il quartiere. Quando Gerardo P. viene soccorso e portato al Niguarda le sue condizioni sono critiche: ha il fegato compromesso e un polmone collassato, una ventina di ferite penetranti sferrate con un coltello con una lama di sette centimetri. Quello che i due muratori egiziani consegnano alle prime volanti della polizia.