Gli scienziati dell’Università del Minnesota hanno riprodotto una cellula generica in laboratorio capace di nutrirsi, dividere il proprio genoma e replicarsi per cinque generazioni: le frontiere della biologia sintetica, i possibili utilizzi futuri in campo medico e i dubbi degli esperti

Il corpo umano è composto in media da 30.000 miliardi di cellule, ognuna deputata ad una specifica funzione all’interno del rispettivo tessuto d’appartenenza: i neuroni trasmettono i segnali elettrici, i miociti permettono la contrazione muscolare, i globuli rossi trasportano il sangue e così via. Nonostante i numerosi passi in avanti compiuti dalla biologia moderna nella comprensione dei complessi meccanismi che ne regolano il funzionamento, ancor oggi non sappiamo con esattezza come un numero così spropositato di cellule comunichino e si coordino tra di loro per arrivare ad un obiettivo comune.

Partendo da questa premessa, alcuni scienziati dell’università del Minnesota guidati dalla biologa Kate Adamala hanno deciso di «dare vita» a SpudCell (il nome rimanda a Sputnik, il satellite russo lanciato negli anni ’50), la prima cellula sintetica creata da zero in laboratorio. Se fino ad oggi l’ingegneria genetica ha permesso di inserire determinati geni all’interno di cellule preesistenti (come nel caso dell’insulina umana all’interno delle cellule batteriche di Escherichia Coli), l’approccio del team è stato completamente diverso: gli scienziati statunitensi hanno assemblato da zero, pezzo per pezzo, le componenti di una cellula generica (né animale né vegetale, che presentano al loro interno organelli specifici), partendo da molecole biologiche isolate.