Roma, 4 lug. (askanews) – Ali Khamenei è stato il volto meno spettacolare, ma più duraturo, del potere iraniano per oltre trent’anni. Non aveva il carisma rivoluzionario di Ruhollah Khomeini, il fondatore della Repubblica islamica, né la statura religiosa dei grandi marja dello sciismo. Eppure, dal 1989 fino alla morte nei raid statunitensi-israeliani del 28 febbraio scorso, ha governato la Repubblica islamica come il perno di un sistema costruito sulla fedeltà ideologica, sul controllo degli apparati di sicurezza e su una lettura costante della politica estera come confronto con gli Stati uniti e con Israele.
Nato nel 1939 a Mashhad, città santa dell’Iran orientale, in una famiglia clericale di mezzi modesti, Khamenei entrò giovane nei circuiti dell’opposizione religiosa allo scià Mohammad Reza Pahlavi. Fu arrestato più volte dalla polizia del regime monarchico prima della rivoluzione del 1979, che rovesciò il sovrano sostenuto dall’Occidente e aprì la strada alla Repubblica islamica. In quell’universo rivoluzionario, Khamenei salì rapidamente: sopravvissuto nel 1981 a un attentato che gli lasciò menomato il braccio destro, fu eletto presidente nello stesso anno e rimase in carica per due mandati, attraversando quasi tutta la guerra Iran-Iraq.













