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«L'amore è sempre nella libertà e la libertà sta nelle decisioni. C'è anche chi sceglie di non farsi prossimo e chi decide di non decidere. I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate». Lo ha sottolineato Papa Leone nell’omelia della messa presieduta nel campo sportivo Arena di Lampedusa.
Il Pontefice, sull'isola per una visita pastorale dal forte valore simbolico, ha rimarcato, commentando il brano evangelico sul buon samaritano, l’odierna «fretta di 'passare oltre'»: «il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza, un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione, la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo, l’idea che tali problemi non ci riguardano, i calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui, il lento e difficile passaggio da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise».
"L'Europa chiamata a una responsabilità epocale"
«Da questo estremo lembo d’Europa nel Mediterraneo, si vede meglio la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee. L'Europa possiede un potenziale unico, che le deriva dalla sua storia e dalla sua cultura, e quindi una pari responsabilità. Per la sua posizione geografica e per il suo assetto istituzionale, l’Europa è in grado di affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo» per «accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti» e «nello stesso tempo lavorare per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare». Così il Papa. «Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì non altrove, è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna, odio - ha aggiunto Leone - oppure custodire la logica della pace con verità, sobrietà, prossimità, cura». «Carissimi, chi si lascia portare in questa dinamica di compassione, di misericordia, inizia a vivere diversamente, a essere cittadino diversamente, a lavorare diversamente. Allora può sorgere davvero la civiltà dell’amore, quella prospettata dai miei santi predecessori Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II. Insieme a un gran numero di profeti e martiri del secolo scorso - ha continuato -, essi hanno compreso che, agli abissi del cuore umano e agli orrori della guerra, solo la misericordia sa rispondere con nuovi inizi. Ora, sulle spalle di questi giganti, siamo entrati in un millennio in cui dare forma spirituale, culturale, giuridica, politica, economica alla civiltà dell’amore. L’enormità del dolore che osserviamo ci faccia cogliere la radicalità di questa chiamata».











