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C'è una forma di violenza che non lascia sempre lividi visibili, ma che consuma lentamente la serenità, la libertà e perfino l'identità di una donna. È quella fatta di controllo, minacce, ossessione, pedinamenti, telefonate continue, messaggi incessanti e paura quotidiana. Lo stalking rappresenta spesso il primo gradino di una spirale che, se sottovalutata, può trasformarsi in qualcosa di ancora più grave.

Su questo tema si concentra la riflessione della dottoressa Mariastella Giorlandino, presidente della Fondazione Artemisia ETS, da anni impegnata nella tutela della salute e dei diritti delle donne. Un pensiero che nasce dall'esperienza maturata accanto a migliaia di pazienti, ma anche dalla consapevolezza che la violenza di genere non sia soltanto un fatto di cronaca, bensì una questione culturale che riguarda l'intera società.

«Ogni volta che leggiamo dell'ennesimo femminicidio», osserva Giorlandino, «ci chiediamo cosa sia andato storto negli ultimi giorni. Io credo, invece, che dovremmo domandarci cosa non abbiamo visto nei mesi e negli anni precedenti. Nessuna violenza nasce all'improvviso.»

Per la presidente della Fondazione Artemisia, lo stalking rappresenta uno dei segnali più evidenti di una concezione malata delle relazioni. «Troppo spesso viene scambiato per gelosia o per amore insistente. In realtà è il contrario dell'amore. È il tentativo di annullare la libertà dell'altra persona, di trasformarla in un possesso.»