di
Paolo Condò
Gli ottimi risultati delle squadre ospitanti stanno dando ragione al presidente della Fifa, i cui progetti per il futuro però non convincono. E c'è un ulteriore rischio di allargamento a 64 squadre partecipanti
C’è una statistica che non lascia dormire agli inglesi sonni tranquilli in vista dell’ottavo di finale contro il Messico di domani (le 2 del mattino di lunedì in Italia), e riguarda la sede del match, il mitico Stadio Azteca di Città del Messico. Nelle tre occasioni in cui ha organizzato o (stavolta) co-organizzato il torneo — 1970, 1986, 2026 — la nazionale di casa ci ha giocato in totale dieci partite e ne ha vinte otto, pareggiando le altre due. Il Messico mondiale all’Azteca non ha mai perso.
Nel ‘70 uscì con l’Italia nei quarti a Toluca, un bel 4-1 per noi che segnò l’ingresso in scena di Gigi Riva dopo un girone in bianco. Nell’86 fu la Germania a farlo fuori ai rigori, sempre nei quarti, ma a San Nicolás de los Garza, un sobborgo di Monterrey. L’Azteca è stato fin qui un tempio inviolabile perché il calcio messicano è storicamente di buon livello competitivo, che diventa ottimo ai 2240 metri di altitudine della capitale. Non siamo nella situazione di La Paz, i cui 3640 metri rendono la rarefazione dell’ossigeno un tormento che dà sovente ai boliviani la vittoria nell’ultimo quarto d’ora, ma gli effetti sulla respirazione e soprattutto sul recupero dopo uno sforzo anaerobico (uno scatto) sono molto avvertibili.







