Come qualunque altro tifoso fermamente convinto che gli arbitri abbiano passato la vita a sottrargli vittorie, anch’io avevo accolto la novità tecnologica del Var con l’entusiasmo un po’ moralista del pioniere. Addio ai gol non gol, alle questioni di millimetri, ai tuffi carpiati in area di rigore. Adesso ogni cosa sarà finalmente illuminata.

Ebbene, dopo Croazia-Portogallo dell’altra sera, quella fase volge definitivamente al tramonto e soprattutto alla nausea. Non è accettabile né comprensibile annullare la rete capolavoro di Ronaldo per un fuorigioco di mezzo malleolo. E non è umano vanificare la magnifica rimonta dei croati al centoquattresimo minuto perché la vibrazione di un chip infilato nel pallone suggerisce che, forse (forse!), un attaccante slavo lo ha sfiorato nella mischia, mettendo così in posizione irregolare l’autore del gol.

Come sempre la colpa non è delle macchine, ma dello zelo con cui gli uomini le usano. Senza infonderci un po’ di autonomia di giudizio, o almeno di buonsenso. Nessuno sa più interpretare una norma, non solo nel calcio. Si preferisce applicarla pedissequamente per coprirsi le spalle, e anche più sotto. Il risultato è che si esulta o ci si dispera in differita. Ormai chi fa un gol non guarda più i propri compagni né i propri tifosi. Guarda l’arbitro che va a guardare il Var. Nel frattempo le emozioni si congelano, in attesa che la macchina esprima il verdetto. Spesso ottuso, e non per colpa sua.