Questo articolo è stato pubblicato sul Foglio Review n 53, in edicola dal 27 giugno 2026Richard Ford ha 82 anni e una faccia americana dello stesso tipo di quelle di Clint Eastwood e Paul Newman. Zigomi alti, volto definito, occhi chiari, l'espressione calma, sicura e sempre un filo divertita. Una faccia abituata all'aria aperta e agli spazi vasti che attiene a quell'immaginario americano che si è conosciuto nella letteratura, nel cinema, nella musica, e che oggi finalmente vive insieme a un'America più polifonica e reale – raccontata per esempio nel film Mercurial New York di Rose Salane, ora alla Biennale di Venezia, in cui l'artista ritrae la città attraverso le conversazioni quotidiane dei suoi abitanti, che arrivano da ogni parte del mondo, loro o le generazioni prima di loro. Ford è a Milano per presentare il suo nuovo libro, Con parole semplici, un pamphlet che è una riflessione molto intima sulla scrittura, sul ruolo civile della letteratura oggi, in cui ripercorre il suo percorso d'autore e la dimensione politica di ogni narrazione. Scrive che è politico tutto ciò che indaga il conflitto tra individuo e società. Il saggio inaugura il neonato progetto Feltrinelli Lectures, di Feltrinelli e Anagrama, dove ai saggi degli autori si affiancano delle lecture pubbliche.Richard Ford è nato a Jackson, in Mississippi, nel sud segregazionista, in una famiglia felice. Da ragazzino era dislessico, quindi leggeva poco, lentamente e sempre ad alta voce. Le parole si aprivano e indugiavano nella sua bocca, e questo probabilmente gli ha permesso di sviluppare un rapporto con la loro fisicità e ha influenzato la qualità della sua prosa, che ha una ricchezza materiale, una sonorità e una piacevolezza intelligente e spiritosa. Dopo la scuola ha lavorato sulla linea ferroviaria Missouri Pacific, poi ha iniziato il college in Michigan, si è spostato a St. Louis, a Chicago, è stato a lungo in New Jersey e in Montana, da cinquant'anni con l'amata moglie Kristina (la transitorietà, il movimento, sono dei temi che attraversano i suoi libri). Si è inventato uno dei personaggi più amati della letteratura americana, Frank Bascombe, un giornalista sportivo e poi agente immobiliare originario del Mississippi trapiantato in New Jersey, protagonista di cinque romanzi che abbracciano cinque decenni, il primo è Sportswriter, del 1986, l'ultimo è Per sempre, del 2023. Nel mezzo, con Il giorno dell'Indipendenza, nel 1996 ha vinto un Pulitzer. Frank Bascombe è invecchiato e cambiato insieme al suo autore e insieme all'America, che ha osservato per una vita intera. Ford è considerato il cantore della classe media americana bianca, relativamente benestante, del secondo Novecento: la villetta a due piani nella suburbia, la famiglia, i buoni valori, una discreta mobilità sociale. Ha raccontato il sogno americano e la sua fine dalla prospettiva di chi ne era il soggetto principale, e il principale beneficiario. Semplicemente raccontando la vita che accade ai suoi personaggi.Richard Ford a Barcellona nel maggio 2026 (David Zorrakino via Getty Images)Gli ho chiesto se si ritiene il cantore della classe media e lui mi ha risposto che non è d'accordo. L'unica cosa che ha ritratto nella sua vita sono le persone. È così che la politica, la società, persino la Storia entrano nei suoi libri: come qualcosa che occorre, che si intromette nelle vicende personali e che agisce un ampliamento della dimensione privata. Nel corso della nostra conversazione emerge più volte questo tema, l'interesse esclusivo verso la dimensione umana. La volontà di guardare lì, e non altrove, al carattere, ai desideri, alle debolezze, anche quelle più grottesche, dei personaggi. Con la stessa lente guarda ai personaggi del presente, anche quelli più grotteschi appunto, come Donald Trump. Poco prima delle elezioni del 2024, Ford aveva detto in un'intervista che la vittoria di Trump sarebbe stata meno terribile di quanto ci aspettavamo. "Avevo torto. Su Trump avevo torto su tutta la linea. Semplicemente, non pensavo che potesse essere così stupido. E non pensavo che potesse essere così venale o incapace di empatia. E credo anche che sia evoluto in questo ruolo. È diventato ancora più venale perché ha scoperto che poteva esserlo. Crede che dalla sua posizione niente e nessuno possa fermarlo. Ha liberato i suoi impulsi peggiori. E questo tipo di natura umana non mi interessa particolarmente".Ford parla di politica in senso esistenziale, di bene e di male, in termini assoluti. "Ti faccio vedere quanto posso diventare cattivo. Tanto così. Beh, a me non interessa. Mi interessa di più: se sei malvagio, e lui è davvero malvagio, quanto puoi essere buono? Mi interessa lo spazio tra luce e oscurità, quello che c'è nel mezzo, “le cose che ti feriscono ma in qualche modo ti aiutano” (qui sta citando Malcolm Lowry, Sotto il vulcano). Quando arrivo alla fine di ogni romanzo, di ogni racconto, di ogni saggio che scrivo, mi chiedo: che cosa posso dire, in quest'ultimo gesto, in quest'ultimo movimento del testo, che riscatti l'esperienza? Che cosa so che possa offrire al lettore una forma di redenzione? Temo di aver guardato Trump attraverso quella lente, e di essermi sbagliato. Ho guardato Trump in quel modo quando scrivevo di lui durante l'ultima campagna elettorale. Mi sbagliavo allora e mi sono sbagliato di nuovo. Pensavo che possedesse una qualità umana che non possiede. Credo che sia un'abitudine da romanziere: cercare sempre una luce nelle persone. E mi rimprovero (ma non mi condanno) per aver voluto credere che ci fosse una possibilità di redenzione in lui, una luce. Che è l'unica cosa che mi interessa nel mondo".Ford è un ottimista, non è per niente cinico. Secondo lui la storia, che procede a zig zag, che va avanti, poi indietro, poi di lato, anche se non è lineare, e quindi non coincide necessariamente con il progresso, ci porta comunque verso un'evoluzione maggiore. Alla fine ci pensa la storia, ci pensa la vita. Persino con Trump. "Seamus Heaney scriveva che “il fine dell'arte è la pace”. Non la pace politica, o quella trascendente. Ma la pace interiore. Vuol dire che un'opera d'arte riesce ad armonizzare le proprie parti. Io continuo ad aspettare che Trump armonizzi le proprie parti. Ma potrei non vivere abbastanza a lungo per vederlo. E spero che anche lui non viva abbastanza a lungo". Trump e Ford sono coetanei, Ford ci tiene a specificare che Trump è un anno e mezzo più giovane e che si porta male gli anni perché è grasso. La gittata dello sguardo è sempre sull'individuo, anche quando si tratta di gruppi sociali. "In America ci sono le classi sociali, ma non le riconosciamo. Forse in termini demografici sì, ma non in termini culturali. Voglio dire, io tendo a considerare quasi tutti gli americani come una versione, in un modo o nell'altro, della classe media. Siamo tutti dentro la stessa grande pianura centrale". Anche con tutte le diseguaglianze che aumentano? "Anche con le diseguaglianze. Cioè, i poveri sono poveri. I ricchi sono ricchi. Ma tutti ci mettiamo i pantaloni allo stesso modo, ci mettiamo le scarpe nello stesso modo, guardiamo il cielo e ha lo stesso colore. Le somiglianze nei momenti dell'esperienza umana sono più delle differenze. Questo non vuol dire che la gente non muore di fame, o che non ha accesso all'istruzione o non ha una casa. O che alcune persone sono ricche e vivono nel lusso. Ma, come scrittore soprattutto, non so guardare alle persone se non dal modo in cui si mettono i pantaloni. O come pettinano i capelli e si lavano i denti. È l'unica cosa che mi interessa".Questo però ha poco a che vedere con quanto negli Stati Uniti oggi le diseguaglianze continuino a inasprirsi e la violenza sia molto presente, soprattutto quella istituzionalizzata, di cui l'Ice rappresenta la forma più becera e terrificante. Ford, cresciuto nel sud segregazionista, conosce molto bene la violenza strutturale nella vita pubblica. Cosa cambia con le forme di violenza che agitano e attraversano il paese oggi? "È fascismo. Nient'altro che fascismo. È governo attraverso la violenza. Sono squadre armate che, con il sostegno del potere politico, reprimono i diritti, i bisogni e le vite delle persone. L'anno scorso ho letto una biografia di Stalin e adesso sto per leggerne una su Mussolini: ed è sempre la stessa storia. Credo che, invecchiando, mi stia convincendo sempre di più che certi impulsi appartengano alla natura umana. Alcuni di noi si impegnano per reprimere la violenza. Alcuni sono cresciuti con un'educazione per cui la reprimono quasi automaticamente. Ma credo che sia presente. Più invecchio, più penso che quella propensione che vedevo nel Mississippi quando ero giovane, quella tendenza a trasformare gli altri in “estranei”, e quindi escluderli, sia qualcosa di innato in noi. Ed è proprio questo a renderla così inquietante".Il verbo che usa, “to other” fa parte del registro della sociologia per descrivere l'esclusione, principalmente razziale. E a proposito di otherness, Trump ha riesumato l'Alien Enemies Act del 1798 per le deportazioni, dove alien, soggetto talmente lontano e diverso da appartenere a un altro pianeta, è la definizione dello straniero. La lingua incide sulla realtà, le parole che scegliamo descrivono il modo in cui scegliamo di relazionarci all'altro. In Con parole semplici c'è una frase di Richard Wright in cui dice che descrivere la realtà è il primo passo per cambiarla. Possiamo cambiare la realtà con la scrittura? Ford prima dice di no, che possiamo cambiare al massimo l'accesso alla realtà, poi si corregge e dice che forse sì, perché scegliendo le parole per descrivere un'esperienza, cambiamo la nostra relazione con quell'esperienza, e dunque il nostro comportamento. E il ruolo degli intellettuali? "Nessuno, se non si vuole averne. Il ruolo che mi attribuisco è quello di creare nuova conoscenza attraverso le storie".Proseguiamo il discorso sulla violenza, e secondo Ford il problema dei liberal e dei progressisti è considerare la sua stessa esistenza un'anomalia. Per lui invece è parte della natura umana, e il livello di civiltà dipende dalla nostra scelta di alimentare certi istinti o contenerli, controllarli. Per controllarli, però, bisogna innanzitutto riconoscerli. Oggi Ford ha una visione meno speranzosa nei confronti dell'essere umano di quando era più giovane. "Questo non vuol dire che ho chiuso con gli esseri umani. Ma riconosco che l'impulso a fare il bene sia in conflitto costante con quello a fare il male. Quello che conta è rivolgere l'attenzione in direzione del bene. Aiuta molto riuscire a trasformare questa idea in una convinzione e perseguirla nella propria vita. Certo, se non ci pensi mai…Trump evidentemente non ci pensa mai. Non è nel suo orizzonte mentale. Questa in un certo senso è una diagnosi. Spesso parliamo di lui in termini psicologici, lo definiamo una persona instabile. Ma così interpretiamo il suo comportamento come trasgressivo, eccezionale, anomalo. Non credo che sia così. Quando diciamo che è instabile, implicitamente diciamo che le persone stabili si comportano diversamente. Ma non è vero. Siamo tutti aggrappati con i polpastrelli al bordo del precipizio, con tutte le nostre forze. Quando pensiamo che quella situazione non ci riguardi, ci stiamo solo adulando da soli".Verso la fine della nostra conversazione, dopo aver parlato di bene e di male, di Trump, torniamo a “casa”, alla scrittura e in Mississippi. A Jackson, da bambino, Ford abitava molto vicino alla scrittrice e fotografa Eudora Welty. Un giorno, avrà avuto sette anni, lui e sua madre la incontrano seduta in una tavola calda. La madre gli dice: quella signora lì fa la scrittrice, e a Ford per la prima volta si spalanca la possibilità di diventare scrittore. Poi il Mississippi lo lascia e non ci torna, diventa effettivamente scrittore, scrive un libro sul Mississippi, come se fosse inevitabile. Oggi ci passa molto più tempo, con sua moglie. Insomma che rapporto ha con casa sua? "Beh Frank Bascombe viene dal Mississippi. Quell'origine è sepolta nelle viscere del libro. Ho anche scritto racconti ambientati a New Orleans. Perciò credo di aver fatto pace con qualunque forma di avversione possa aver provato verso il Mississippi dopo aver scritto A Piece of My Heart (il suo primo romanzo, del 1976). Queste cose non sono facili da decifrare. In questo libro racconto di aver lasciato il Mississippi e di non essere più tornato. Dopo essere partito ero davvero andato via, ma quando ho deciso quale sarebbe stato il mio primo romanzo, sono tornato immediatamente lì. Quindi non è una questione di questo oppure quello. È questo e quello. Dico sempre a mia moglie che non c'è alcuna differenza tra e e ma. Da giovane, quando provavo a scrivere una storia ambientata nel Mississippi, bastava la prima frase perché nella mia testa iniziassero a risuonare le voci di William Faulkner, di Eudora Welty e di tutti i grandi scrittori del sud. E a quel punto ero fritto. Perché l'unica cosa che non voglio fare è camminare su un terreno che loro hanno già calpestato fino a consumarlo. Voglio camminare sul mio terreno".
Il cielo ha per tutti lo stesso colore. Parla Richard Ford, cantore dell’America e dei suoi desideri
Gli interessano solo le persone con le loro luci, le ombre, la loro possibilità di redenzione e come si mettono i pantaloni. Per questo non gli interessa Trump, che aveva sottovalutato. Il ruolo degli intellettuali? "Nessuno, se non si vuole averne", dice. Il suo è quello di creare conoscenza attraverso le storie







