Donald Trump ha trasformato il 250esimo compleanno dell’America in una celebrazione personale, piazzando il suo nome ovunque – e quando un giudice dice che non può intestarsi tutti i palazzi di Washington ci mette il suo volto accigliato e minaccioso, inamovibile – e infilandosi brutale nei preparativi che vanno avanti da otto anni e che sono stati pianificati da una commissione bipartisan del Congresso, che si chiama America 250, imponendo una sua nuova organizzazione, Freedom 250, su cui sono stati dirottati i fondi inizialmente previsti per la commissione del Congresso. Così ora Freedom 250 è ovunque – anche sui bicchieri di plastica a Villa Taverna, giovedì sera – e scatenando questa concorrenza interna, Trump ha ancora una volta approfittato del suo marchio per stravolgere la festa e l’architettura della capitale, cui persino le alghe della Reflecting Pool si sono ribellate. In ogni intervento c’è l’opacità che caratterizza questa presidenza, così non si sa più chi paga la costruzione della sala dalla ballo della Casa Bianca o il rifacimento del giardino deturpato dalla gara di lotta ospitata per il compleanno (quello vero) del presidente – probabilmente i contribuenti.In questa America tutto si muove tra la pacchianeria e il gigantismo, con qualche picco di comicità, come quando Trump parla ai Padri fondatori replicati con l’intelligenza artificiale come se fossero persone vere. L’America che torna grande è una replica irrealistica di un paese che non è mai esistito e che anzi in questi 250 anni si è sviluppato in una direzione opposta a quella in cui vorrebbe portarla Trump: nella celebrata e romantica Costituzione americana si ambiva a costruire “un’unione perfetta”, mentre questa Amministrazione – già dal primo mandato: è un progetto che va avanti dal 2016, è solo diventato più sfrontato – si nutre di disunione, di baruffe, di liti, di noi e loro. Ed è così che l’America great, l’America grande, appare invece ristretta, soprattutto se a guardarla siamo noi, gli europei, il resto del mondo. Il paese in cui si rifugiavano i popoli che scappavano dai totalitarismi, dalla repressione e dai regimi ora si è fatto muro, respinge e non accoglie. Il paese che proiettava la sua potenza nel mondo puntellando il proprio ruolo di guida con la sua generosità – la Nato, per dire, è a trazione americana perché l’America aveva i mezzi per sostentarla, ma soprattutto perché voleva averne il comando, nella consapevolezza che una superpotenza non è super se non ha alleati militarmente validi nel mondo – ora tratta tutti i suoi (ex) amici come degli ingrati. Il paese che aveva fatto della solidarietà umanitaria il suo metodo per equilibrare il suo potere, ha dismesso la più grande agenzia di aiuti del mondo, l’UsAid, che, come ha ricordato Samantha Power che l’agenzia la guidava, “salvava più di tre milioni di vite l’anno con un costo di meno di dieci dollari al mese per americano”. Secondo uno studio della Boston University, in quest’anno sono morte 781 mila persone che potevano essere salvate da UsAid, tra cui 518 mila bambini.L’America che non è rifugio, che non è generosa, che non è solidale è un’America ristretta, grande soltanto nel dispendioso e inutile gigantismo trumpiano. Buon compleanno America, ci manchi.
Il gigantismo di Trump ha sventrato il 4 luglio del 250esimo anno, svelando un paese ristretto
Il presidente degli Stati Uniti ha trasformato la festa in una celebrazione personale, ma ha dimenticato la Costituzione americana che ambiva a costruire “un’unione perfetta”, mentre questa Amministrazione si nutre di disunione, di baruffe, di liti, di noi e loro. Buon compleanno America, ci manchi














