Per secoli le società europee sono state organizzate secondo criteri rigidamente ereditari: il potere, il prestigio sociale e l’accesso alle cariche pubbliche dipendevano dal titolo. Quando la borghesia contestò il monopolio aristocratico sostenendo che le posizioni sociali dovessero essere attribuite sulla base del contributo effettivamente offerto alla società, pose le basi ideologiche delle moderne liberal-democrazie. Il merito appariva allora come uno strumento di emancipazione, capace di abbattere i privilegi della nascita.
Eppure oggi qualcosa sembra essersi incrinato. Ciò che un tempo appariva come una promessa di uguaglianza sembra essersi trasformato, almeno in parte, in un meccanismo di legittimazione delle disuguaglianze. Michael Sandel ha descritto questa trasformazione sostenendo che la meritocrazia contemporanea rischia di diventare «un trucco per l’autoconservazione delle élite». Una formulazione provocatoria, ma che coglie un punto essenziale: il problema potrebbe non essere il merito in sé, bensì il modo in cui viene utilizzato nella regolazione sociale.
Il termine merito ha almeno due significati. In un primo senso, ampio, coincide con la giustizia: quando affermiamo che una persona anziana merita assistenza o che un bambino merita cura, stiamo semplicemente dicendo che è giusto che ricevano determinate risorse. Esiste però anche una seconda accezione, più ristretta, nella quale il merito è associato alla prestazione individuale: talento, capacità, impegno, produttività, competenza. È il significato che emerge quando sosteniamo che un atleta merita la vittoria perché ha ottenuto la migliore prestazione.








