Vincenzo Nibali (nella foto sotto), l’ultimo grande campione del ciclismo italiano racconta il suo trionfo più bello, la magia del Tour de France 2014. «Mi ha cambiato la vita». Fuoriclasse dedicato al sacrifico, perfetto in salita e grande in discesa. Il mondo del ciclismo azzurro, che vive una crisi senza precedenti, lo invoca ad ogni Grande Giro. Nibali, la sensazione che non dimenticherà mai di quella giornata storica?«La fatica. È stato un Tour molto complicato, tre settimane di concentrazione che mi hanno consumato mentalmente. Il ricordo più bello è il podio ai Campi Elisi. Ma anche della premiazione non mi sono rimaste sensazioni particolari. La stanchezza ha prevalso su tutto». La razionalità domina?«Sì. In quel Grande Giro ogni giorno c’era un problema da risolvere. Dovevi staccarti dalle emozioni, quel clic è stato fondamentale per vincere».
(lapresse)
La giornata più divertente di quell’edizione?«La partenza dall’Inghilterra e la gran parata a Londra, con l’arrivo davanti a Buckingham Palace, come ai Giochi del 2012. Non capita tutti i giorni di sfilare a Palazzo. Però nel cuore mi porto la vittoria di Sheffield. A 1800 metri ho attaccato, stavo molto bene e mi sono preso tutto. La tappa e la maglia gialla». Se le dico Tour e Giro che cosa risponde?«La Corsa Rosa è stata una crescita continua. Ma il Tour mi ha cambiato la vita, sono stato travolto dall’onda mediatica, l’ho accusata in quel senso. La corsa della svolta, però, è stata la Vuelta vinta a settembre 2010. Mi ha permesso di fare un salto e mi ha fatto capire che potevo prendermi di più. Poi nel 2012 con il terzo posto al Tour è cresciuta dentro di me una grande consapevolezza. Sapevo di poter conquistare il mio sogno, l’obiettivo, il Tour». Cosa ha fatto la differenza nella sua vita sportiva?«Avere genitori che non hanno mai ostacolato la mia corsa. Mi hanno lasciato libero di provare e di pensare in grande. Io, d’altra parte, avevo il distacco necessario che serve per inseguire una meta così importante. Ho lasciato la Sicilia da giovane e ho resistito al richiamo della mia terra, del mare, dei genitori. In Toscana ho trovato una seconda famiglia e lì sono rimasto dodici anni. A questo aspetto del carattere devi aggiungere doti naturali, devi resistere. Ho conosciuto atleti che avevano numeri pazzeschi ma, come diciamo noi in gergo, “non collegavano la centralina al motore”. E si sono persi». La testa è più importante del fisico?«Vincere un Tour non è semplice. Oltre al talento, io ho lavorato tanto anche sul carattere. E sì la testa è più importante». La stella francese Paul Seixas, 18 anni, è pronto per il Tour o a spingerlo è la nostra voglia di trovare un avversario a Pogacar?«Non lo so. È un corridore fantastico, ha un bellissimo gesto atletico ma non sappiamo come può reggere in tre settimane di gara. Questa sarà la sua prima volta, ma non conosce ancora i suoi limiti e le temperature sono altissime». Può battere Pogacar?«No. Il Tour lo vince Tadej». Gli altri favoriti?«Il duello sarà tra lo sloveno e Vingegaard che al Giro d’Italia, ha ritrovato sicurezza. Da tenere d’occhio anche Remco Evenepoel, sta bene ma non l’abbiamo visto gareggiare. Poi c’è Seixas e qualche sorpresa». Che edizione sarà?«Calda. Il meteo può giocare brutti scherzi. Io andavo molto bene con le temperature alte, per allenarmi mi trasferivo in Sicilia, il fisico deve abituarsi. Ma amavo anche il freddo e la pioggia». Baggio dice che sogna spesso il rigore sbagliato a Pasadena, ormai un incubo. La caduta alle Olimpiadi di Rio le fa lo stesso effetto?«Tutti ricordano quell’episodio. Ma io non lo metto tra i peggiori della mia carriera. È successo. Scivolare, cadere fa parte del nostro sport, che è molto imprevedibile. Sai che devi prenderti rischi e mettere in conto di finire a terra. Ma la gara che non ho mai vinto e che più mi è rimasta in testa è la Liegi-Bastogne-Liegi. Pochi lo sanno. Il mio miglior risultato è stato il secondo posto nel 2012 dietro il kazako Iglinsky. Ecco, non aver trionfato alla Liegi è il mio chiodo fisso». Ma la sua è stata una carriera da stella. Ancora oggi gli italiani vivono di nostalgia ricordando i suoi successi.«Sì, certo, sono molto soddisfatto. Ho vinto anche la Sanremo e due edizioni del Lombardia. C’è anche chi non è riuscito, come Alejandro Valverde. Penso che ognuno di noi abbia un rimpianto». La Francia si aggrappa a Seixas. L’Italia ha Sinner, Antonelli, Furlani: perché il ciclismo non riesce a esprimere un campione come loro?«Dobbiamo ripartire dai giovani. Il team principal della Mercedes, Toto Wolff, ha puntato ha scoperto Antonelli. Da noi è tutto complicato, ci sono meno società e i costi delle trasferte sono alti». Lorenzo Finn diventerà il numero uno italiano?«Ha la stessa età di Seixas ma cresce con più tranquillità. Ottima scelta a mio avviso». Nibali, qualche consiglio a chi va in bici per passione? Come si combatte il caldo?«Prima di tutto, evitare le ore più calde e idratarsi nel modo corretto. Mai partire senza borraccia termica e minerali. In montagna, ci sono sentieri bellissimi. Ricordo le zone dell’Etna e la macchia verso Montalbano Elicona (Messina) a 800 metri, molto belle. Caldo e ombra, un mix perfetto».










