Giorgia Meloni ha sempre condiviso due cose con l’amministratore delegato della Rai e amico Giampaolo Rossi: l’oroscopo e le lunghe riflessioni sulla televisione pubblica. Lei segno zodiacale Capricorno, lui Gemelli, dunque una scarsa affinità astrologica. Entrambi, grandi appassionati del tema, troverebbero in questa incompatibilità le ragioni di un rapporto che si è fatto sempre più freddo. La logica della politica è meno legata alle stelle: la presidente del Consiglio è molto delusa da Rossi. E più volte, in più contesti se n’è lamentata, con diversi interlocutori, a volte parlando al plurale, estendendo ai vertici di Viale Mazzini il suo sfogo: «Questi mi hanno creato solo problemi. Se rivinciamo li cambio tutti».
Sono parole che La Stampa ha raccolto, identiche, da tre fonti differenti. E che la premier ha inquadrato in un ragionamento strategico più ampio in vista del voto del 2027: «Andrebbero cacciati subito ma non possiamo permetterci un caso Rai in piena campagna elettorale». I cahiers de doléances sulla tv pubblica stilata dai partiti della maggioranza sono lunghi e articolati. E non riguardano solo l’immagine di un’azienda che fatica con lo share, che colleziona insuccessi strapagati e da cui i conduttori più noti fuggono, mentre la commissione parlamentare di Vigilanza viene azzerata dalla protesta delle opposizioni alla vigilia dei palinesti. Deputati e senatori di Fratelli d’Italia si sono spesso lamentati di Rossi con Federica Frangi, membro del Consiglio di amministrazione in quota Meloni. Il risentimento verso l’ad Rai nasce da una serie di richieste che il manager avrebbe ignorato. Contratti e promozioni: la solita trafila di raccomandazioni che imprigiona la Rai nella morsa della politica. Per paradosso, a destra considerano quella che a sinistra chiamano TeleMeloni ancora troppo ostaggio dell’opposizione. Non solo FdI, anche la Lega accusa Rossi di aver lasciato troppo spazio a dirigenti non allineati o considerati un riferimento del centrosinistra. A partire da Stefano Coletta, ex direttore di Rai 1, richiamato dall’ad come super-coordinatore dei Generi, ma è un discorso che riguarda anche Maria Pia Ammirati (Rai Fiction) ed Elena Capparelli (Rai Play). Non ne fanno una questione di curriculum e competenze, ma di puro pregiudizio politico. Il caso che, però, più ha fatto infuriare Meloni, e con lei i leghisti, a partire dal leader e vicepremier Matteo Salvini, è stata la riconferma di Paolo Del Brocco a Rai Cinema, che guida dal 2010. Sedici anni di potere indiscusso che i sovranisti erano certi di poter interrompere.












