Con 1.680 voti su 2.532 votanti, Andrea Mazzucchi è il nuovo rettore dell’Università degli Studi di Napoli Federico II. Lo spoglio, protrattosi fino a 19.55, ha restituito un Ateneo lontano dalle fratture che ne avevano segnato la vita politica sei anni fa, con la profonda spaccatura e una manciata di voti che separò Matteo Lorito e Luigi Califano. Gli avversari Santolo Meo e Alessandro Pezzella hanno ricevuto rispettivamente 409 e 381 voti; 31 le schede bianche 31 le nulle, con un’affluenza che si è attestata sul 61% dei 2.943 aventi diritto. Subito dopo la proclamazione del decano Nicola Fusco, il neorettore ha tenuto un discorso con cui ha ribadito i punti fondamentali del programma del suo sessennio, ma che ha toccato anche le corde emotive, con lacrime rivolte alla famiglia, difficili da trattenere. Mazzucchi, 60 anni a ottobre, ordinario di Filologia della letteratura italiana, è tra i più autorevoli studiosi italiani di Dante e della tradizione letteraria medievale, formatosi tra Napoli e Firenze.

Durante le fasi dello spoglio era al Dipartimento di Studi Umanistici, che dirige per il secondo mandato, circondato da direttori di Dipartimento e dai presidenti di alcune Scuole, ma soprattutto dai colleghi umanisti, dai tanti ricercatori, dottorandi e studenti che hanno intrattenuto gli ultimi frangenti con un countdown dei voti, cori da stadio, stelle filanti e bottiglie di champagne per brindare al vincitore. Con lui però c’erano anche la moglie Cinzia e le figlie Eva e Penelope. Mazzucchi siederà in rettorato solo dopo la firma della ministra Anna Maria Bernini, che dovrebbe arrivare a fine ottobre. Nel frattempo Matteo Lorito resterà rettore e nel caso il presidente Mattarella firmerà il prossimo consigli dell’Anvur di cui farà parte, si metterà in aspettativa dalla Federico II e cederà il suo posto alla prorettrice Angela Zampella. Direttore Mazzucchi, con il 66% dei voti come prossimo rettore, la spaccatura di sei anni fa pare essersi colmata. «Quello che mi pare chiaro, guardando come si sono posizionati i numeri, è che non c’è una spaccatura netta nell’Ateneo. Mi sembrano due dati molto importanti. L’affluenza alle urne dimostra che la Federico II vive un momento di grande maturità democratica, con un forte senso di responsabilità: allo stato attuale non c’è alcuna frattura evidente. Ma devo dire che l’aspetto più significativo è che questa campagna è stata condotta con grande rispetto reciproco, con il riconoscimento del valore di tutti i candidati. Non si è avvertita quella tensione fortissima che, sei anni fa, segnò invece questo Ateneo. Mi pare già un segnale molto importante». Che cosa ha convinto l’elettorato federiciano a scegliere lei? «Spero che abbia convinto la qualità del programma e delle proposte, ma anche, forse, la storia di questo candidato: la storia di uno studioso e di un ricercatore prima di tutto, che ha avuto responsabilità di governo e le ha interpretate nella maniera più condivisa e più partecipata possibile». Il suo programma ha fatto la differenza? «Sul programma ci sono molti punti in comune con gli altri due candidati, mentre su altri temi abbiamo visioni piuttosto diverse. I punti condivisi riguardano soprattutto gli studenti, che sono le basi, le fondamenta della Federico II. Credo che tutti abbiamo riconosciuto che la ragione d’essere dell’università sono gli studenti: l’Ateneo pesa sulla fiscalità pubblica e deve quindi restituire un servizio efficace. Per questo, e per una convinzione profonda, ritengo che al primo posto tra le azioni debbano esserci iniziative per migliorare la qualità della vita degli studenti nell’Ateneo. Vorrei più servizi, più diritto allo studio, più ascolto e più partecipazione: questa è una via essenziale per l’università. Del resto, quando gli studenti riconoscono la qualità dei servizi che l’Ateneo offre loro, vivono meglio la vita universitaria, studiano meglio e stimolano anche i docenti, che naturalmente rispondono alle richieste degli studenti». Guardando indietro al suo percorso, chi vorrebbe ringraziare? «Devo dire grazie a moltissime persone. Innanzitutto alla mia famiglia di origine, che ha investito sui miei studi e mi ha sempre ascoltato, e le assicuro che non era affatto scontato che lo facessero. Un grazie naturalmente va anche alla mia famiglia attuale, che in questi anni mi ha sostenuto mentre mi dedicavo moltissimo allo studio e alla formazione. E devo un grazie enorme ai miei maestri, tra questi mi fa piacere citare Corrado Calenda e Matteo Palumbo, che oggi sono qui con noi a celebrare questo momento, che mi hanno insegnato non solo il rigore dell’istituzione, ma anche ad attraversare il percorso accademico senza competitività tossica, riconoscendo che studiare insieme rende sempre tutti più preparati. Una trasmissione di passioni, di interessi, di intelligenze. Nella mia interazione con essa, provo a lasciare a chi verrà dopo qualcosa di meglio di quello che abbiamo trovato. Devo moltissimo anche ai miei giovani collaboratori, che hanno nutrito la mia attività di studioso, di ricercatore, di docente. E poi a tutti gli studenti». La sua elezione segna il ritorno di un umanista alla guida dell’Ateneo dopo molti anni. Che valore attribuisce a questo passaggio? «La Federico II è grande proprio perché riesce a mettere insieme competenze e saperi differenti. Il fatto che oggi ci sia un umanista rappresenta un punto di vista particolare, non esclusivo. La ricchezza dell’università nasce dall’interdisciplinarità e dalla capacità di valorizzare tutte le competenze presenti nell’Ateneo». Nell’intervista al Mattino di pochi giorni fa, aveva annunciato alcuni interventi per i primi 100 giorni da rettore. A questi aggiunge nuove priorità? «Sì. Oltre all’incontro con i rappresentanti degli studenti e all’avvio dell’International Welcome, considero fondamentale rafforzare il sostegno alla ricerca competitiva. Vorrei creare una struttura capace di aiutare ricercatrici e ricercatori nell’individuazione dei bandi, nella progettazione e nella rendicontazione. In una fase di contrazione delle risorse diventa essenziale intercettare finanziamenti competitivi e credo che la Federico II possa compiere un importante salto di qualità».