Osservare, ipotizzare, dimostrare. Il metodo scientifico procede per passi successivi: a volte è una corsa altre una camminata lenta, ma se si procede con rigore i risultati arrivano. La storia della ricerca a cui ha partecipato Antonio Marra, medico presso l'Istituto Europeo di Oncologia (IEO) e ricercatore dell'Università degli Studi di Milano, lo dimostra. Tutto nasce da un’osservazione: perché in alcune pazienti con mutazione germinale del gene BRCA2 l’efficacia dei farmaci dura di meno? In altre parole, perché ci sono donne in cui la malattia progredisce prima? Da lì è iniziato un percorso di ricerca che ha condotto il team di ricercatori a scoprire la causa di questa scarsa risposta e a cercare di capire come poter curare, diversamente dallo standard, questo gruppo di pazienti. Una storia di ricerca che ha guadagnato le pagine di Nature. Non solo, da quel risultato è arrivata un’indicazione preziosa per individuare una cura su misura per queste pazienti, ipotesi che è oggi al centro di una sperimentazione internazionale.

Ma andiamo con ordine. Il primo passo è stato quello di dare concretezza all’osservazione empirica. “In ambulatorio vedevamo che per alcune pazienti la terapia standard non dava il beneficio che ci attendevamo e ci siamo chiesti perché. Come prima cosa abbiamo svolto un'analisi su un database di circa 6.000 pazienti che ci ha consentito di osservare come tale risposta ridotta non è un evento sporadico, ma una conseguenza biologica diretta di un’alterazione germinale del DNA a carico del gene BRCA2: parliamo del 5-10% dei casi”, ci spiega Marra. Insomma, per le donne con malattia ormonopositiva ed HER2-negativa con varianti germinali di BRCA2 la terapia standard a base di terapia endocrina ed inibitori di CDK4/6 non funziona come atteso. E anzi, la sua somministrazione non solo limita il controllo della malattia, ma espone le donne a percorsi terapeutici che non produrranno l’effetto sperato. Bisogna pensare ad altro.