Ieri sera, al Teatro alla Scala, ho visto Nureyev. E mi sono di nuovo innamorata di lui. Senza speranza, ovvio, e non solo per bad timing cronologico. Ma ieri sera Rudolf Nureyev, col suo Don Chisciotte, mi ha teso la sua mano, ha afferrato la mia. E mi ha trascinato nel vortice della gioia, dell'allegria, dell’irresistibile danza popolare di Spagna. Ha dato uno spintone ai brutti pensieri, alle preoccupazioni che qualunque media ci squaderna davanti senza soluzione di continuità da mesi e mesi. Ha detto, vieni con me. E io, come Kitri (ma Kitri l’ha fatto con molta più eleganza di me), l’ho seguito. E non me ne pento.

Anzi, ci tornerei di nuovo, sulla mia poltroncina. Subito, se possibile.

Perché il “Don Chisciotte” che ieri sera ha avuto la sua Prima al Teatro alla Scala, non era "di" Nureyev.

Era Nureyev, tutto intero.

Se la danza classica ha trovato il Primo Ballerino, lo si deve sì, a Vaclav Nijinskj, ma è stato Nureyev a creare il ruolo. Fino a Nureyev, il ballerino era il porteur. Uno che ogni tanto sgambettava un jeté ma soprattutto uno che si issava la stella sulle spalle, o le dava il solido braccio affinchè lei, e solo lei, l’ètoile, ipnotizzasse il pubblico con le sue pirouettes all’infinito. Poi arrivò questo ragazzo fatto di sangue che bolle e di genio, con il suo corpo da Dio greco, con il viso da tormento, e il “primo ballerino” cessò di essere muscoli. Per diventare emozione.