Per anni abbiamo chiesto alle aziende di parlare di sostenibilità. Oggi, forse, dovremmo chiedere loro una cosa più scomoda: smettere di raccontarla come una virtù e cominciare a dimostrarla come una capacità di governo.
La differenza non è lessicale. È reputazionale.
Alla ESG Business Conference di Milano, il 17 giugno, è stato presentato l’ESG Identity Corporate Index 2026, l’indice che misura il grado di integrazione dei fattori ESG nelle strategie aziendali. In cima alla classifica generale ci sono Hera, Prysmian e Poste Italiane; nella Top10 anche Erg, Intesa Sanpaolo, Snam, A2A, Enav, Terna e Gruppo Fiera Milano. Il dato interessante, però, non è solo chi vince. È che l’indice cresce: 109 società partecipanti contro le 98 della precedente edizione, con una copertura del 55% del Ftse Mib e un incremento significativo delle non quotate, arrivate a 34, il valore più alto dal 2019.
In un anno in cui attorno agli ESG si è alzata più polvere che entusiasmo, non è un dettaglio.
Perché il 2026 non è l’anno della sostenibilità trionfante. È l’anno della sostenibilità sotto esame. Da una parte la spinta regolatoria europea, dall’altra la semplificazione delle regole, la fatica delle imprese davanti alla CSRD, la paura di esporsi, il rischio di greenwashing, la tentazione opposta del greenhushing: fare, ma comunicare meno. Il programma della stessa ESG Business Conference metteva al centro proprio questo cambio di scenario normativo, economico e geopolitico, con un focus su greenhushing, resilienza delle catene di fornitura, climate-coding e nuova narrativa ESG.










