di Laura Ruzzante

Signore e signori, giù il cappello di fronte al capolavoro del capitalismo contemporaneo. La notizia è di quelle che i telegiornali liquidano tra il meteo e una mostra di gattini, ma che nasconde una perversione sistemica: dal 2028, Sony staccherà la spina ai dischi fisici per i giochi PlayStation. Tutto digitale. Tutto etereo. Tutto, rigorosamente, non vostro.

C’è del genio, bisogna ammetterlo. Una volta compravi un oggetto, lo mettevi sullo scaffale, lo prestavi all’amico, lo rivendevi. Eri, insomma, il proprietario. Oggi no. Il progresso – quella robina che ci spacciano sempre come l’alba di un mondo migliore – ha deciso che tu non devi possedere più nulla. Tu paghi (e tanto, ci arriveremo), ma in cambio ricevi solo una licenza revocabile a piacimento dal colosso di turno. Se domani Sony decide che quel gioco non deve più esistere, clicca su un tasto e sparisce. E la preservazione storica del videogioco, l’equivalente della cineteca per il cinema? Un pallido, sbiadito ricordo affogato nei server aziendali.

Ma la perla, il capolavoro della retorica industriale, è la balla dei costi. Ci dicevano: “Abbandoniamo la plastica, la logistica, i camion, così abbatteremo i costi per il consumatore!”. Meraviglioso. Peccato che la realtà sia un tantino diversa. Oggi un gioco tripla A oscilla allegramente tra gli 80 e i 90 euro. Avete letto bene. Novanta euro per una sequenza di bit scaricata sul vostro hard disk. Senza che l’editore spenda un solo centesimo per stampare il disco, produrre la custodia o pagare il commesso del negozio. Il margine di profitto si gonfia, le tasche dei videogiocatori si svuotano, e il prezzo fisso imposto dal monopolio degli store digitali elimina qualsiasi sana concorrenza o svalutazione da mercatino dell’usato. Il mercato libero che diventa un feudo coreano.