Poteva essere l’ultimo colpo di scena, l’ennesimo, del processo «Ambiente Svenduto» relativo all’accusa di disastro ambientale cagionato dallo stabilimento siderurgico dell’ex Ilva di Taranto durante la gestione della famiglia Riva (1995-2012).

Invece, stamani – nell’aula Pagano del Tribunale di Potenza – la corte presieduta dal giudice Marcello Rotondi ha rigettato la richiesta di annullamento dell’incidente probatorio presentata dalla difesa degli imputati durante l’ultima udienza dibattimentale. Ovvero quel monumentale impianto basato su perizie epidemiologiche e chimiche che aveva portato alla luce uno dei più grandi disastri ambientali del nostro Paese.

L’ordinanza emessa permette così di utilizzare la perizia nei confronti di quattro imputati – tra cui Nicola Riva – che rappresentano la proprietà Ilva e i manager che di fatto erano gli esecutori di fiducia della medesima proprietà.

La contestazione della validità delle prove raccolte dal 2010 in poi rischiava di picconare giuridicamente anche l’ultimo filone – quello ambientale – rimasto in piedi nel processo nel capoluogo lucano. Per l’avvocata di parte civile Antonietta Ricci, l’annullamento della perizia «avrebbe allungato i tempi del processo di 20-30 anni» perché «si sarebbero dovute fare da zero tutte le analisi, non tenendo conto dell’impossibilità di riprodurre le condizioni di quindici anni fa».