«Sono a Fregene. La mia prima giornata di mare dopo un po’ di tempo. Non è certo il mare pugliese». Gianni Alemanno, ex ministro nato a Bari e leader della destra sociale, da una settimana è tornato libero dopo aver scontato 18 mesi a Rebibbia (a causa di una condanna per traffico di influenze).
Alemanno, qual è stato il gesto che ha rappresentato la libertà riconquistata fuori dal penitenziario?
«Due momenti, tra alto e basso. Il primo è stato l’abbraccio con i miei fratelli di sempre appena uscito. Non era più abituato: quella immersione nella folla mi ha dato la sensazione di essere un uomo libero. Il secondo? Il bicchiere di vino al ristorante. Mi ha dato la misura che si era chiusa una parentesi».
«Il diario di cella» che ha scritto in questi mesi ha acceso i riflettori sulle carceri italiane. Perché sono dimenticate da politica e media?
«C’è un aspetto sociologico, perché una persona, se non viene toccata dal carcere, non si interessa di cosa succede dietro le sbarre. Poi c’è l’opinione pubblica che confonde la sicurezza del cittadino con il carcere senza speranza. Per la sicurezza, invece ci vuole un carcere che rieduca, non una “università del crimine” come l’attuale detenzione. Quando la gente esce, ora è più incattivita. La politica italiana non affronta di petto il problema: non le conviene. Centrodestra e centrosinistra sommano una serie di pregiudizi, ora legalitari, ora di vicinanza con la magistratura. Ma il tema è che con questa giustizia, può finire casualmente in galera chiunque».






