Per decenni la medicina ha insegnato soprattutto quando iniziare una terapia. Molto meno quando interromperla. È una lacuna che oggi la stessa comunità scientifica riconosce apertamente. Le nuove linee guida pubblicate ad aprile dal Medical Journal of Australia, elaborate da un gruppo multidisciplinare di 72 esperti, osservano che le tradizionali raccomandazioni cliniche spiegano quasi sempre quando prescrivere un farmaco, ma raramente quando sia opportuno sospenderlo. Per colmare questo vuoto vengono proposte 185 raccomandazioni e 70 Good Practice Statements che fanno della cosiddetta deprescrizione una parte integrante della buona pratica clinica, soprattutto nei pazienti anziani con politerapia.
Non è un caso isolato. Già nel 2024 una State of the Art Review pubblicata dal British Medical Journal aveva richiamato l’attenzione sul fatto che la politerapia è associata a un aumento di eventi avversi, cadute, ricoveri, declino cognitivo e mortalità negli anziani, concludendo che la deprescrizione, se programmata e condivisa con il paziente, rappresenta uno strumento sicuro ed efficace per migliorare l’appropriatezza terapeutica. Anche i sistemi sanitari stanno adeguando le proprie strategie. Il governo scozzese, ad esempio, ha inserito nella Polypharmacy Guidance 2026-2029 la revisione sistematica delle terapie e la deprescrizione tra gli strumenti chiave per ridurre il danno da farmaci e migliorare la qualità delle cure, consolidando un orientamento che nel Regno Unito era già stato anticipato dalla Pragmatic Prescribing Guidance promossa dalla British Geriatrics Society. Ma la medicina occidentale sta davvero imboccando la strada di un uso più sobrio dei farmaci oppure continua a prevalere una cultura della prescrizione? Lo abbiamo chiesto all’epidemiologo Franco Berrino, già Direttore del Dipartimento di medicina preventiva dell’Istituto tumori di Milano.







