Proteggere l’ambiente e le acque è urgente e non solo necessario, ma farlo riducendo l’accesso a farmaci essenziali sarebbe una contraddizione. La richiesta del Parlamento europeo offre l’occasione per correggere la direttiva sulle acque reflue urbane prima che un principio giusto, il “chi inquina paga”, venga applicato in modo sbagliato a uno dei settori più sensibili per la sicurezza sanitaria europea. L’analisi di Thomas Osborn, direttore area Salute I-Com

La richiesta del Parlamento europeo di sospendere e rivedere la nuova Direttiva sulle acque reflue urbane segna un passaggio politico rilevante non solo per l’industria farmaceutica, ma per l’intero sistema dell’accesso alle cure. Diciamolo, la direttiva nasce con un obiettivo condivisibile: ridurre la presenza di microinquinanti nelle acque e rafforzare il trattamento depurativo. Tuttavia, il modo in cui prova a finanziare questo salto ambientale rischia di trasformare una misura di tutela delle acque in un nuovo fattore di pressione sui farmaci più diffusi, meno costosi e spesso più essenziali. La conseguenza? Non solo costi aggiuntivi per chi fa innovazione scientifica in Italia e in Europa, ma soprattutto rischio di inaccessibilità terapeutica e nuove carenze per i cittadini.