Amo’, forma tronca e sbrigativa dell'ineffabile saluto, si spande come un appellativo epidemico, complice un accento (amò) che vola via, diventa un apostrofo (amo’) e scombussola il mondo. E sì, perché l’espressione «amo’», tra gli insulti e gli improperi, suggella ogni attimo, dai più formali ai più intimi, è una dichiarazione prêt-à-porter.

Il termine, così abusato e sulla bocca di tutti, serve a rinverdire, innanzitutto, un sentimento che è evaporato in questi tempi di odio arido e freddo. Le bolle di amo’ si insinuano nelle relazioni più limpide e lineari, così come in quelle asimmetriche, magari un po’ oscure e, perché no, anche in quelle dove proprio di amore non si vede traccia.

Diciamo allora che un notaio arguto e silenzioso ha innalzato questo termine passepartout a legame formale negli incontri-scontri di ogni momento. «Amo’» rispunta dopo la lite, imbelletta i giorni di fastidio, cementa relazioni che si tengono con lo sputo. Ma s'aggrappa a quell'apostrofo mutato. Dappertutto è «amo’», segno verbale che denota affettata ruminazione ma anche fastidio, indifferenza. «Amo’» si sussurrano i due giù dal treno, si dicono il lui e il lei sulla soglia di casa, la mamma rivolta a figli o a nipoti.