«Qui giace il Made in Italy». È la scritta che accompagna la corona di fiori, tipica delle cerimonie funebri, posizionata dagli operai Natuzzi davanti alla sede centrale dell’azienda, a Santeramo in Colle (Bari), nel giorno in cui la società ha annunciato la chiusura di tre stabilimenti, uno definitivamente (Jesce 2 a Santeramo) e due temporaneamente (Graviscella e Ps ad Altamura), con conseguente trasferimento di quasi 700 lavoratori in altre sedi, in gran parte in cassa integrazione.

«I lavoratori si mobilitano nel giorno delle chiusure contro un piano industriale che impoverisce il territorio, riduce la presenza produttiva in Italia e scarica ancora una volta il peso della crisi su chi lavora», dichiara Ignazio Savino, segretario generale della Fillea Cgil Puglia. «Ora le istituzioni - prosegue - devono intervenire con determinazione, imponendo a Natuzzi il ritiro del piano e la riapertura di un vero confronto».

Il settore, aggiunge Savino, vale «9mila posti di lavoro nelle province e nel territorio murgiano, con una qualità rilevante, attorno al 40%, direttamente o indirettamente legata a Natuzzi e al suo funzionamento». Per il segretario di Fillea Cgil Puglia, le chiusure annunciate da Natuzzi «non sono accettabili» alla luce anche delle risorse pubbliche dal valore di un miliardo tra «interventi, sostegno e ammortizzatori sociali in 23 anni». Da qui la richiesta di «fare entrare Invitalia e il pubblico nella gestione» della crisi, altrimenti, dichiara Savino, sarà inevitabile «leggere in questa scelta la volontà» da parte di Natuzzi «di abbandonare progressivamente l'Italia dopo aver beneficiato per anni del sostegno pubblico e del lavoro di questo territorio». Dopo il tavolo saltato al Mimit, Natuzzi ha convocato tre giorni fa i sindacati nella sede di Confindustria Bari, ma anche in quell'occasione le trattative non hanno portato ad alcuna intesa.