Il rapporto “Gli investimenti cinesi in Italia”, realizzato dall’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi) per l’Osservatorio di Politica Internazionale, organismo di analisi a supporto del Senato della Repubblica, della Camera dei deputati e del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, ricostruisce l’evoluzione degli investimenti diretti esteri cinesi in Italia, inserendola nel più ampio cambiamento delle relazioni tra Pechino, l’Europa e l’Occidente
Gli investimenti cinesi in Italia non sono scomparsi, ma sono entrati in una fase profondamente diversa rispetto al passato. Dopo il picco della metà degli anni 2010, i flussi si sono drasticamente ridotti, mentre il contesto geopolitico e regolatorio è radicalmente cambiato. Oggi Roma non punta più ad attrarre capitali cinesi indiscriminatamente, ma cerca di conciliare apertura economica e tutela degli interessi strategici, selezionando gli investimenti ritenuti funzionali alla competitività industriale del Paese.
Il caso italiano, infatti, non può essere compreso senza guardare all’evoluzione della strategia cinese. Dopo una crescita graduale nei primi anni Duemila, gli investimenti esteri della Repubblica Popolare hanno conosciuto una forte accelerazione in seguito alla crisi finanziaria globale del 2008 e al lancio della Belt and Road Initiative nel 2013, raggiungendo il massimo storico nel 2017 con oltre 200 miliardi di dollari di investimenti all’estero. Da allora il quadro è profondamente mutato. Pechino ha introdotto controlli più stringenti sull’uscita dei capitali, mentre la pandemia ha ulteriormente rallentato i flussi. Negli ultimi due anni gli investimenti hanno ripreso a crescere, ma con caratteristiche profondamente diverse rispetto al passato.








