Attraversata alla vigilia del suo duecentocinquantesimo compleanno, questa America mostra ovunque la volontà di festeggiare. Nei centri rurali del Kansas, del Missouri, le facciate si accendono di rosso, bianco e blu; lungo le highway, nei campi sterminati dell’Oklahoma spuntano tendoni zeppi di fuochi d’artificio in vendita. A New York, coccarde e decorazioni imbellettano le vetrine dei negozi e le hall dei grattacieli; il 4 luglio le coreografie luminose abbracceranno Manhattan da entrambi i lati, Hudson e East River. Washington proverà a entrare nel Guinness dei primati con «il più grande spettacolo pirotecnico della storia».La sicurezza è massima, in un clima di polarizzazione estrema e di violenza politica, dove gli avversari di partito sono nemici e gli attentati contro Donald Trump, come le minacce alle cariche pubbliche, scandiscono la cronaca nazionale.Ma per una sera, la stessa bandiera riunirà un popolo orgoglioso e infelice. Il presidente promette un Paese di nuovo grande, ma i sondaggi riferiscono che due cittadini su tre temono per la tenuta della democrazia. Osservata da vicino, l’America sembra una signora pronta per il party. Vestita con cura, fiera. Nello sguardo il disagio di una Nazione che celebra la propria grandezza e dubita della sua tenuta.«C’è molta insoddisfazione tra i conservatori e ancora di più tra i liberal - dice a L’Espresso lo storico Alan Taylor, due volte premio Pulitzer - Abbiamo un presidente che non rispetta le norme politiche costruite negli ultimi due secoli e mezzo. E per giunta ha problemi di gestione della rabbia».Se nel 1776, con la Dichiarazione d’Indipendenza e la visione di Thomas Jefferson, l’America delle tredici colonie recideva la sudditanza da Giorgio III, oggi armeggia con un reuccio senza corona, che governa a colpi di ordini esecutivi e svilisce il potere del Congresso. Con lui pubblico e privato si mescolano, il conflitto d’interessi smette di essere anomalia e la corte si apre ai tech bro della Silicon Valley.Anche i giudici, ultimo argine all’autocrazia, diventano bersaglio quando non si allineano. Attaccati perfino quelli della Corte Suprema se osano alzare il capo. Come hanno fatto questa settimana, bocciando il tentativo di abolire con un ordine esecutivo lo ius soli per i figli degli immigrati irregolari.Sotto torchio finisce la scienza, mentre si delegittima chi fino a ieri era considerato un esperto. I fondi diventano leva politica, tra i ricercatori c’è chi tace per timore di ritorsioni, chi cerca cattedre e laboratori all’estero. Non è un caso che il movimento di resistenza simbolo di questa stagione si chiami “No Kings”.Ma dissentire non è più così scontato. Gli attivisti denunciano una stretta sui diritti umani e civili, sulla libertà di espressione. Le teste di comici e conduttori scomodi saltano davvero, mentre i «nemici politici» vengono puniti con un uso sempre più strumentale del dipartimento di Giustizia.Anche tra i suoi elettori c’è chi mostra insofferenza per inflazione e caro prezzi. Lo avevano votato per archiviare l’economia dell’era Biden e recuperare potere d’acquisto. E invece si ritrovano nello stesso affanno, vedendo tradito il patto America First.A scatenare malumori sono pure le guerre che Trump aveva assicurato di chiudere in pochi giorni, dal Medio Oriente all’Ucraina. Si era presentato come anti-interventista, lontano dalle crociate dei democratici per cambiare regimi stranieri. Oggi l’Iran smentisce quella promessa: fronte caldo da mesi, tra proclami di vittoria e vantaggi incerti. Pesa il sostegno incondizionato a Israele, sempre più distante da un’opinione pubblica ormai critica verso Netanyahu.È “America alone”, sola. Trump ha incrinato la fiducia degli alleati storici, prendendo le distanze da Nato ed Europa, scatenando guerre commerciali, trattando partner di lungo corso come avversari da umiliare. Rancore che non logora solo i rapporti personali tra leader (come sa bene Giorgia Meloni) ma l’idea stessa di affidabilità, consumata da cambi di rotta e retromarce.Sull’immigrazione, la Casa Bianca rivendica il risultato più visibile. Gli ingressi irregolari dal confine meridionale, tallone d’Achille di Biden, sono crollati. La stretta però è diventata il volto più duro della presidenza; l’Ice è il braccio di tentate espulsioni di massa, retate, fermi nei tribunali, arresti di persone senza precedenti. Le uccisioni di due civili a Minneapolis hanno allargato l’allarme anche tra alcuni repubblicani.E la longa manus pizzica il diritto di voto. La democrazia è in pericolo, avverte lo storico, citando il gerrymandering, la ridefinizione dei collegi elettorali utilizzata da entrambi i partiti, ma oggi spinta in modo aggressivo a vantaggio dei conservatori. Prova decisiva saranno le elezioni di metà mandato a novembre. «Se daranno un segnale chiaro dell’insoddisfazione degli americani per gli ultimi due anni, allora si potrà dire che la salute del Paese resta buona».In attesa delle urne, Trump si conferma re vanesio, terrorizzato dall’oblio che esorcizza imprimendo ovunque volto e nome, su banconote, criptovalute e passaporti, sulle facciate dei palazzi governativi; firmando progetti di archi di trionfo e sale da ballo. Fino al surreale ottantesimo celebrato con un evento di arti marziali nel cortile della Casa Bianca.Del resto Washington, tirata a lucido, è il palcoscenico della sua pièce. Sulla spianata dei monumenti è in corso la grande fiera degli Stati, con rodei, concerti e memorabilia. Il mese entrante arriveranno anche i bolidi della IndyCar, che sfrecceranno tra i viali patrizi. La macchina dei festeggiamenti si è invischiata, però, nella melma della Reflecting Pool del Lincoln Memorial, restaurata per la modica cifra di 14 milioni di dollari. Il fondale “blu bandiera” è coperto di alghe e si stacca a pezzi.Come il sogno americano di “Yes we can”, a cui il mondo guardava come promessa di libertà e possibilità, oggi limitato a chi si riconosce nell’orbita del presidente. Il Paese che rivendicava matrimoni gay e diritti Lgbtq combatte la sua crociata contro le politiche Dei (diversità, equità e inclusione), indica transgender e cancel culture come mali dell’Occidente, lascia le donne a difendere Stato per Stato il diritto all’aborto, abbandona nativi e minoranze. Un sogno in pausa, aspettando che le cinquanta stelle tornino a brillare per tutti.
Orgoglio senza certezze negli Usa di Donald
Gli Stati Uniti festeggiano i 250 anni dell’Indipendenza e il Paese si colora dei simboli dell’identità nazionale. Mentre la presidenza dà il via a una kermesse











