PAVIA Da decenni vive a Pavia, dove ha lavorato come bancario fino alla pensione. Ma c'è una ferita che per Francesco Aurilio, oggi 76enne, non si è mai rimarginata. Aveva appena quattro anni quando, il 24 giugno 1954, sua madre Francesca Di Pasquale venne uccisa dal marito, Giacinto Aurilio, nelle campagne di Boccadifalco, a Palermo. Un femminicidio avvenuto quando quella parola ancora non esisteva, ma che ha segnato per sempre la vita di cinque bambini. Oggi quei figli, ormai anziani, chiedono che anche la loro storia venga riconosciuta dallo Stato con un risarcimento per gli orfani, introdotto da una legge nel 2016 ma che al momento non è retroattiva come invece chiedono diversi orfani, tra cui i fratelli Aurilio. «Non chiedono privilegi, ma che venga riconosciuto ciò che hanno subito», spiegano gli avvocati Alessandro Romanò e Giacinto Canzona, che assistono gli orfani della donna: cinque figli ora over 70 e una già deceduta. «Per loro il tempo non ha cancellato nulla». Quella sera di 72 anni fa Giacinto Aurilio, venditore ambulante di 37 anni, disse alla moglie Francesca, 31 anni, di volerla accompagnare alla festa di Baida. I due erano sposati da dieci anni e vivevano nel quartiere Zisa di Palermo con i loro cinque figli. Durante il tragitto, però, l’uomo fermò la motocicletta vicino ad una cava di pietra a Boccadifalco e la uccise. Subito dopo raggiunse alcuni parenti confessando il delitto: «Ho ucciso Ciccina, andate a vederla se volete, alla cava di Boccadifalco». Un presunto bacio ad un altro uomo dato dalla moglie, come titolarono i giornali dell’epoca, costò la vita a Francesca. Il caso suscitò enorme impressione nell’Italia del dopoguerra. I giornali dell’epoca parlarono di «sadismo o vendetta». Aurilio venne processato e condannato all'ergastolo dalla corte d'assise di Palermo. Morì nel 2006. Dietro quella vicenda di cronaca rimase il destino dei cinque figli: Anna Maria, nata nel 1946, Francesca nel 1948, Francesco nel 1950, Antonietta nel 1952 e Domenica nel 1953. La più piccola aveva appena quindici mesi quando perse la madre. «I fratelli Aurilio sono stati divisi tra parenti diversi e hanno affrontato un’infanzia segnata da sofferenze e privazioni», raccontano gli avvocati Romanò e Canzona. Francesco venne affidato ai nonni materni, mentre Domenica fu accolta dallo zio paterno e successivamente si trasferì in Francia. Anna Maria e Francesca furono prima seguite dalla nonna paterna e poi mandate in collegio. Antonietta, malata già da piccola, venne assistita da una zia paterna e morì a soli 29 anni, lasciando una figlia. «I figli ricordano la madre come una donna forte e coraggiosa, capace di tenere unita la famiglia e di affrontare con dignità le difficoltà quotidiane. È il ricordo che desiderano conservare e tramandare», riferiscono ancora i due legali. «Sono convinti che il padre abbia agito per gelosia». Oggi la battaglia riguarda il riconoscimento dei diritti degli orfani di femminicidio. La legge 122 del 2016 ha introdotto un indennizzo di 60 mila euro per ciascun figlio delle donne uccise dal coniuge o dal partner violento, ma ha previsto termini molto rigidi per presentare la domanda amministrativa, rendendo di fatto impossibile l'accesso al Fondo per chi, come gli Aurilio, ha subito il delitto molti decenni prima dell'entrata in vigore della norma. Per questo gli avvocati Alessandro Romanò e Giacinto Canzona hanno presentato un'istanza al ministero dell'Interno affinché venga riconosciuto il diritto dei fratelli Aurilio ad accedere al Fondo nazionale destinato alle vittime di reati violenti. «In un Paese civile non possono esistere vittime di serie A e vittime di serie B», affermano Romanò e Canzona. «La normativa potrebbe risultare costituzionalmente illegittima nella parte in cui non consente l'accesso al Fondo agli orfani di gravissimi reati violenti commessi prima dell’introduzione della legge nel 2016»