“Strangola la moglie in una cava di pietra. Sadismo o vendetta?”, titolarono i giornali dell’epoca. Il 24 giugno del 1954, il venditore ambulante Giacinto Aurilio uccise Francesca Di Pasquale, a Palermo. Lui aveva 37 anni, lei 31: erano sposati da dieci anni, vivevano alla Zisa con i loro cinque figli, la più piccola aveva solo quindici mesi, la più grande 8 anni.
Quella sera, tornando dal lavoro, Aurilio aveva detto alla moglie: «Andiamo alla festa di Baida». Ma, poi, con una scusa aveva fermato la motocicletta nei pressi di una cava di Boccadifalco. Dopo il delitto, andò dai parenti dicendo: «Ho ucciso Ciccina, andate a vederla se volete, alla cava di Boccadifalco». L’uomo fu condannato all’ergastolo, è morto nel 2006 e adesso i figli di Francesca Di Pasquale chiedono di potere accedere al fondo nazionale destinato alle vittime di reati violenti. «Ai figli della signora De Pasquale non è stato mai liquidato alcun ristoro economico in relazione all’omicidio della loro madre», hanno scritto gli avvocati Alessandro Romanò e Giacinto Canzona nella loro istanza al ministero dell’Interno.
«Lo Stato si è dimenticato di noi», dice Domenica Aurilio, la più piccola: «Dopo quella tragedia, fummo affidati a vari parenti. Io fui accolta nella famiglia del fratello di mio padre, dopo qualche tempo ci trasferimmo in Francia. Mio fratello Francesco fu affidato invece ai nonni materni. Due mie sorelle, Francesca e Annamaria, furono seguite dalla nonna paterna, poi andarono in collegio. Un’altra sorella, Antonietta, che era ammalata, fu assistita da una zia paterna, è morta a 29 anni. Abbiamo vissuto una vita difficile, con un grande dolore dentro». Adesso, i quattro fratelli vogliono anche ricordare la loro mamma: «Una donna forte e coraggiosa, che teneva in piedi una famiglia – racconta la signora Aurilio – così me l’hanno sempre descritta». Il padre vendeva corredi per le spose: «Eravamo una famiglia benestante, vivevamo a Ficarazzi, poi negli ultimi tempi ci siamo spostati alla Zisa».






