Ogni giorno operai uccisi, braccianti bruciati vivi, o amputati, feriti e abbandonati, aggrediti solo perché neri, morti di caldo. E allora la cronaca quotidiana non può nasconderli, deve parlarne e almeno per un giorno non possono essere invisibili.
Ma non sono mai invisibili, siamo noi che non vogliamo vederli: sono centinaia di migliaia, forse più di un milione, nei campi, nei cantieri, negli esercizi commerciali, nelle nostre case. Sono ben visibili ma non hanno voce. Troppo pochi quelli che danno voce a chi viene sfruttato e mortificato perché ha un bisogno disperato di lavoro. Ci vuole coraggio a gridare quando tace chi, invece, avrebbe il potere e il dovere di denunciare.
Per questo non si deve dimenticare Daouda Diane, operaio ivoriano, mediatore culturale e linguistico, che il 2 luglio di quattro anni fa è stato fatto sparire ad Acate, subito dopo aver diffuso due suoi video in cui denunciava la mancanza di sicurezza e la schiavitù dei ragazzi africani che lavorano nei nostri campi: “siamo trattati come schiavi, qui si muore”.
Dopo qualche giorno, si sarebbe dovuto recare in Costa d’Avorio per portare in Italia moglie e figlio di otto anni. Ha avuto il coraggio di rompere il silenzio sullo sfruttamento ed è stato colpito da chi ha avuto paura della verità sullo sfruttamento perché il coraggio fa paura, è contagioso. Facciamoci contagiare dal suo coraggio, dimostriamo che non è servito fare sparire Daouda, anzi prendiamo esempio per cercare la verità sui colpevoli, i mandanti, gli interessi.








