Ci sarebbero molte cose da dire a proposito dell’intervento pronunciato ieri dal senatore del Pd Alessandro Alfieri nella commissione Esteri e Difesa in occasione dell’audizione dell’ambasciatore ucraino. Il punto di fondo del suo intervento, come ha notato Christian Rocca su Linkiesta, era sostanzialmente un reiterato invito alla capitolazione, tanto più sconcertante per il tempismo, nelle ore in cui a Kyjiv si contavano i morti dell’ultimo atroce bombardamento russo, e ancora più insopportabile per il tono mellifluo con cui l’invito era formulato, infarcito di continue dichiarazioni di solidarietà e comprensione per l’altissimo prezzo che gli ucraini stanno pagando.

Alla fine però tutto girava sempre attorno alla classica domanda, ripetuta cento volte, su cosa gli ucraini sarebbero disposti a cedere per mettere fine alla guerra, cioè sempre quel famoso pezzo di Donbas che i russi non sono riusciti a conquistare e che gli ucraini non possono cedere, come ha ricordato ieri su X Nona Mikhelidze, per due semplici motivi: perché lì vivono ancora duecentomila persone e perché da lì passa la struttura di fortificazioni che difende l’intero paese. Sorvolo su errori, sviste e svarioni dell’intervento di Alfieri su cui si sono già soffermati Rocca e Mikhelidze (gli interessati possono leggerli lì) e mi limito a segnalare la risibile domanda su quali garanzie di sicurezza gli ucraini avrebbero voluto in cambio delle suddette concessioni, con l’immancabile riferimento al famoso articolo 5 della Nato, nel momento in cui su tutti i giornali si sta discutendo del progressivo ritiro americano dalla Nato e dell’ipotesi che il prossimo vertice in Turchia ne segni la crisi definitiva.