L’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi, storicamente abituato a considerare il Sudan come il proprio giardino di casa strategico, assiste oggi alla progressiva distruzione e frammentazione dello Stato sudanese con una passività che confina con la paralisi. Il controllo della frontiera meridionale e la stabilità del retroterra nubiano, che per millenni hanno rappresentato il dogma assoluto della sicurezza nazionale egiziana, sono stati sacrificati sull’altare di una logica più stringente e cinica: quella della sopravvivenza finanziaria di breve termine del regime del Cairo.

Dalle dinastie faraoniche dell’Antico Regno fino all’Egitto contemporaneo, passando per i Tolomei, i mamelucchi, la dominazione britannica e la costruzione della diga di Assuan ai tempi di Nasser, la sopravvivenza dell’Egitto è dipesa da un’unica, immutabile ossessione idrografica: il controllo dell’alto corso del Nilo.

I faraoni compresero per primi che la vulnerabilità strutturale del loro impero non risiedeva a ridosso del Delta, ma a migliaia di chilometri di distanza a sud, dove il fiume riceve i suoi affluenti principali. La stabilità del regno era legata a doppio filo alla regolarità delle inondazioni e alla capacità di prevenire che attori ostili potessero deviare, trattenere o compromettere il flusso delle acque. Chi controlla il punto di confluenza tra il Nilo Bianco e il Nilo Azzurro possedeva, letteralmente, la chiave per la vita o la morte della civiltà egiziana. Non è un caso che nel XIX secolo il viceré Mehmet Alì abbia spinto le sue campagne di conquista verso sud, fondando la stessa Khartoum nel 1821, proprio per dare forma istituzionale a questo imperativo strategico. Anche il condominio anglo-egiziano sul Sudan, formalizzato nel 1899, rispondeva alla necessità di mettere in sicurezza l’Egitto, e con esso il Canale di Suez, garantendo l’integrità dell’intero bacino idrografico.