Dopo aver attraversato i buchi dell’altissima volta di ferro erosa dal tempo, il selciato del suq al-Hamidieh a Damasco il sole disegna ellissi, tranne a mezzogiorno quando sono cerchi. Fa caldo. Nelle ore di punta il sole picchia fortissimo e quei piccoli fasci di luce bollente trafiggono il viavai di gente che affolla il mercato prima del giorno del venerdì di festa. Qui c’è riparo e fresco. Dei ragazzini vendono bottigliette d’acqua messe a raffreddare in tinozze di plastica col ghiaccio, i mercanti chiamano i passanti, la gente contratta i prezzi e fa avanti e indietro. Nelle stradine limitrofe il mercato continua e si divide a zone: ferramenta, pellami, spezie, profumi, si trova ogni cosa. C’è vita.

LE FAMIGLIE MANGIANO il gelato di Bakhdash all’ashta e ai pistacchi. Si sente un piccolo boato sordo, ma si confonde tra i clacson, i rumori della strada appena fuori dalla cittadella sorvegliata dalla statua di Salaheddin a cavallo, affollatissima a quell’ora, mischiati a quelli del mercato. Tutto procede. Si vende, si compra. Poi le sirene delle ambulanze e quelle della polizia rendono chiaro che il boato sordo non era solo rumore.

La polizia comincia a sfollare l’area davanti al palazzo di giustizia, nell’area chiamata Hijaz, proprio davanti alla porta principale del suq e della cittadella. «Uno, da solo. Non una macchina. Un kamikaze? Forse. Forse una bomba». Nemmeno la polizia sa bene cosa sia successo, ma se qualcuno ha uno zaino, lo controlla. Dopo una ventina di minuti la piazza è stata quasi del tutto svuotata.