Ero sindaco di Nonantola, fino al 2004, quando iniziai a osservare da vicino l’impatto sociale dell’azzardo. Ogni storia raccontava lo stesso copione: famiglie spezzate, fragilità economiche e affettive, i primi segnali di una dipendenza destinata a divorare vite e relazioni.

Nel gennaio 2013 un episodio rese ancora più evidente la portata del fenomeno. Un amico giornalista, ricevette minacce di morte: «Spariamo in bocca a Tizian».

Quelle parole emersero da un’intercettazione nell’ambito dell’inchiesta della Guardia di Finanza di Bologna sulle slot machine, poi nota come Black Monkey, che portò alla luce un vasto sistema di videolottery truccate e gioco online, diffuso in Italia e all’estero e gestito da esponenti dell’ndrangheta. Fu proprio grazie al lavoro di Giovanni che quell’organizzazione venne smascherata. Da allora vive sotto scorta e, nel 2017, arrivarono le condanne per il boss Nicola Femia e il fratello Rocco.

Negli stessi anni cominciava la mia esperienza in Senato come coordinatore del Comitato dedicato al tema all’interno della Commissione parlamentare Antimafia. Attraverso un lungo ciclo di audizioni con magistrati, forze dell’ordine, rappresentanti delle amministrazioni pubbliche, esperti e associazioni, abbiamo approfondito le molteplici criticità del settore del gioco e i suoi rapporti con le organizzazioni criminali. Quelle analisi confermarono quanto già emerso dall’inchiesta Black Monkey: il radicamento delle mafie non riguardava soltanto il gioco illegale ma anche una parte del gioco autorizzato.