di Gian Antonio Stella
Renato Guttuso amava disperatamente la città e se ne sentiva tradito. L’anno da capitale italiana della cultura è stato difficile. Ora c’è un giovane sindaco che ha stravinto le elezioni: la storia non basta, servono coraggio e fantasia
«Una cascata di edifici l’uno sull’altro, ricopre le pendici della collina su cui sorge la vecchia città di Agrigento. Un terrificante muro che sarebbe arrivato fino in Africa, accorciando così la “deriva dei continenti” se il mare non lo avesse fermato». Chissà se il trentaseienne Michele Sodano, il neosindaco post-grillino che ha stravinto il ballottaggio grazie alla frattura del centro-destra che mai nella storia aveva perso il comune, ha letto quelle parole di Renato Guttuso sul Corriere del 30 gennaio 1977, 22 anni prima che nascesse lui. Era siciliano, il grande artista. E amava disperatamente Agrigento proprio perché se ne sentiva tradito e viveva quel tradimento sulla sua stessa carne. Altro che la «natura matrigna» su cui scaricare via via frane, crolli, inondazioni, penuria d’acqua, ritardi... «Come si spiega tanta incoscienza?», si chiedeva. «Nella valle in luogo di boschi sono state costruite case ed ostelli, seguendo criteri di speculazione turistica (nella valle sorge un albergo che si fregia dello slogan: “Il tempio nella vostra camera”) che sono il contrario del vero turismo. Se non si capirà che il turismo è anzitutto difesa del bene culturale, cultura, e non ottusa speculazione e depredazione del turista, si ucciderà il turismo, lo si dirotterà su altri paesi...».






