Il Ceo dell'azienda ha proposto di cedere allo Stato una quota da 852 miliardi di dollari, sul modello di un fondo sovrano. Ma c'è il precedente Intel: un’equity presa per necessità di bilancio, diventata l’investimento pubblico più fortunato della storia industriale americana recenteIl Ceo dell'azienda ha proposto di cedere allo Stato una quota da 852 miliardi di dollari, sul modello di un fondo sovrano. Ma c'è il precedente Intel: un’equity presa per necessità di bilancio, diventata l’investimento pubblico più fortunato della storia industriale americana recenteLa nuova ambizione di Washington è passare da sceriffo a socio. I rapporti travagliati tra l’amministrazione di Donald Trump e le aziende che si occupano di intelligenza artificiale ripartono da un’indiscrezione del Financial Times: OpenAI, la società di Sam Altman, starebbe pensando di cedere il 5% al governo federale. L’obiettivo, riporta il quotidiano inglese, sarebbe quello di superare gli ostacoli politici - molti piazzati proprio dalla Casa Bianca - che negli ultimi mesi hanno investito il settore. E assicurarsi così il sostegno finanziario, ma soprattutto politico, di Washington. Dai singoli accordi già siglati con Intel e Nvidia potrebbe nascere un modello per l’intera Silicon Valley, o almeno per i colossi che stanno riscrivendo pezzi di futuro, una chat alla volta. A suggerire la misura, secondo due persone a conoscenza dei colloqui, sarebbe stato lo stesso Altman, amministratore delegato di un’azienda oggi valutata 852 miliardi di dollari. L’accordo, nelle intenzioni del fondatore di OpenAI, dovrebbe coinvolgere anche gli altri grandi laboratori d’intelligenza artificiale americani, sebbene non sia chiaro se qualcuno di loro sia disposto a raccogliere l’invito. I colloqui restano, per ora, “concettuali” - scrive il Ft -, e qualunque intesa richiederebbe un atto del Congresso per diventare operativa.Il modello AlaskaCedere quel 5% nasconde svariati sottotesti. Altman e altri dirigenti di OpenAI avrebbero indicato come riferimento l’Alaska Permanent Fund, il fondo sovrano che dagli anni Settanta investe le rendite petrolifere dello Stato in azioni e obbligazioni, per concedere un dividendo annuale a ogni residente. Nella visione dell’azienda, un veicolo simile raccoglierebbe le quote di OpenAI - e possibilmente di Anthropic, Google e Meta - per redistribuirne i proventi ai cittadini americani. Nelle intenzioni, niente trasferimenti diretti a Trump o al suo entourage: piuttosto, un’architettura pensata per condividere, almeno sulla carta, i guadagni della corsa all’intelligenza artificiale con lo stesso pubblico che rischia di pagarne per primo i costi occupazionali, come OpenAI e Anthropic sostengono da mesi nei rispettivi documenti di policy economica.I precedenti con Intel e NvidiaIl modello a cui guardare, però, potrebbe essere un altro. E con conseguenze già riscontrabili. Ad agosto 2025, Trump aveva chiesto direttamente al Ceo di Intel, Lip-Bu Tan, il 10% della sua azienda. La via: convertire in equity 5,7 miliardi di dollari di sovvenzioni stabilite dalla legge sui chip (Chips Act) non ancora versate e altri 3,2 miliardi del programma Secure Enclave del Pentagono. La meta: al governo 433,3 milioni di azioni Intel, pari al 9,9% della società, senza però alcun seggio nel board né diritti di governance particolari, ma la sola possibilità di votare insieme al cda dell’azienda. Se l’ipotesi avanzata da Altman dovesse ricalcare lo stesso schema - e non è detto che sia così - la Casa Bianca ha già sperimentato quanto può fruttare. La quota Intel, pagata 8,9 miliardi di dollari, ha superato nei mesi successivi i 50 miliardi di valore, spinta dal boom della domanda di semiconduttori per l’IA e da un accordo di fonderia con Apple. Un’analisi di settore l’ha definito uno degli investimenti pubblici più redditizi della storia industriale americana, per quanto nato più da un espediente di bilancio che da una strategia deliberata.Restano, va detto, differenze sostanziali: Intel è quotata in borsa, il suo valore lo stabilisce il mercato ogni giorno; OpenAI no, e il prezzo di un suo eventuale 5% dipenderebbe da round di finanziamento privati o da una quotazione futura, tutt’altro che imminente. Eppure lo schema “quote in cambio della quiete” nella lotta politica alle Big Tech non riguarda solo chi produce i chip: riguarda anche chi li vende. Con Nvidia, l’amministrazione ha negoziato una sorta di pedaggio: che il 25% dei ricavi delle vendite alla Cina dei processori H200 - riaperte dopo mesi di stop - finisca nelle casse del Tesoro americano, un meccanismo reso possibile con il semplice transito dei chip sul suolo statunitense prima della riesportazione. Pechino, va aggiunto, non ha ancora autorizzato un solo acquisto.L'eccezione Anthropic e la posizione di AltmanNon tutti, nella partita dell’intelligenza artificiale, negoziano dalla stessa posizione. Mentre Altman discute l’ingresso azionario dello Stato, il rivale Anthropic ha sperimentato l’esatto opposto: a fine febbraio Trump ha ordinato a tutte le agenzie federali di interrompere l’uso dei prodotti dell’azienda, dopo il rifiuto di rimuovere le clausole che vietano l’uso di Claude per la sorveglianza di massa e le armi autonome. Il Pentagono l’ha bollato come un “rischio per la catena di approvvigionamento” - la prima volta che questa designazione, di solito riservata ad aziende legate ad avversari stranieri, colpisce un’azienda americana -.Ad Altman, il tema dell’azionariato statale è stato posto direttamente durante uno dei suoi giri a Washington. “Non lo so con certezza, ci ho pensato, ma non mi sembra molto probabile sulla traiettoria attuale”, ha risposto, aggiungendo di ritenere comunque “molto importante” una stretta collaborazione tra governi e aziende come la sua. Nello stesso soggiorno, l’amministratore delegato di OpenAI ha incontrato anche il senatore dem Bernie Sanders, che dall’altro capo dello spettro politico chiede una quota pubblica ben più ampia: un fondo sovrano finanziato da una tassa una tantum del 50% sulle azioni delle grandi aziende d’intelligenza artificiale, dieci volte la percentuale offerta da Altman.Resta il vincolo del calendario. Qualunque accordo dovrebbe passare dal Congresso per avere valore legale, e il mandato di Trump si chiude a gennaio 2029, salvo i tentativi finora senza sbocco di aggirare il XXII emendamento. Entrare in società con un’amministrazione che ha una scadenza certa significa scommettere che l’intesa sopravviva al suo inquilino. Eppure finora è andata bene soprattutto al socio pubblico: il rialzo in borsa di Intel ha trasformato un azzardo di bilancio in un guadagno da decine di miliardi. Il dividendo politico resta incerto, ma quello finanziario è già nelle casse dello Stato.Tag LEGGI ANCHE L'E COMMUNITYEntra nella nostra community Whatsapp