Nell’atletica di alto livello si scontrano due tipi di allenamento. Uno è basato sui dati e sulla personalizzazione estrema. L’altro fa vincere le maratone
Gojjam si pulisce una traccia di vomito dall’angolo della bocca e si gira verso l’amico Zeleke. “Ho preso il tuo posto in testa oggi”, dice, “e ho sputato l’anima”. Poi si spruzza un po’ d’acqua in bocca. “Guidare il gruppo è dura. È come portare il peso di qualcun altro”. I due atleti si siedono sul bordo della strada costruita dai cinesi che dalla capitale etiope Addis Abeba si dirige a sudovest verso la regione dell’Oromia. A parte le auto e gli autobus, e l’occasionale carretto trainato da un cavallo, tutt’intorno si estendono campi coltivati. Per prepararsi alla prossima maratona i due atleti hanno appena corso per venticinque chilometri insieme ad altri quattordici atleti a un ritmo stabilito. Prima di cominciare, il loro allenatore, Messeret, ha scrupolosamente assegnato a ciascuno la responsabilità di guidare il gruppo nelle diverse sezioni del tragitto, sottolineando l’importanza di fare il proprio “dovere” di pacer (il corridore che imposta il ritmo), invitando tutti a “condividere la propria energia” con i compagni di squadra. Come mostra lo scambio tra Gojjam e Zeleke, valutare lo sforzo dell’allenamento è considerato un impegno collettivo, che richiede una grande fiducia negli altri.








