A volte, quando mi trovo a Roma per lavoro, osservo le persone che abitano lo spazio pubblico. Lo faccio soprattutto nei luoghi che frequento quotidianamente: la stazione Termini, piazza del Viminale, via del Corso. Il cuore della capitale, insomma. C’è una tensione sotterranea, un brusio costante che non è fatto di voci, ma di aspettative. Spesso, fermandomi a parlare con qualche cittadino o turista, percepisco quella che chiamo "ansia dell’astratto": la paura cioè di un pericolo indefinito, quasi un’entità atmosferica, che si poggia su vetrine, portoni e piazze. Come poliziotto e sindacalista, il mio mestiere è tentare di gestire la realtà, non inseguire spettri. Eppure, la realtà è diventata una variabile impazzita.
Abbiamo trasformato la sicurezza in un prodotto da scaffale: telecamere 4K, recinzioni, protocolli. Pensiamo che blindando il perimetro si possa sigillare la serenità. Illusione. La sicurezza non è un muro, è un rito di convivenza. E noi quel rito lo stiamo dimenticando, distratti dal feticismo tecnologico. Più "occhi" elettronici puntiamo sulle nostre piazze, meno sembriamo vedere davvero le persone. Un algoritmo può rilevare un’anomalia nel movimento, ma non capirà mai la disperazione o la stanchezza dietro un passo incerto. La macchina conta, ma non interpreta. Quando la sicurezza diventa pura tecnica, perde la sua anima. Diventa sorveglianza. Si trasforma un freddo esercizio di potere che non protegge nessuno, ma crea solo un vuoto intorno a sé.








