Mentre la Mfn americana ridisegna gli incentivi globali e le filiere restano esposte a materie prime e principi attivi critici, l’Italia può trasformare alcune fragilità in vantaggio competitivo. Servono però riforme mirate su payback, early access, dati e finanziamento dell’innovazione. Il punto del presidente di Farmindustria Marcello Cattani

Siamo entrati in un ciclo di frammentazione strutturale e instabilità da cui non si torna indietro. Per il settore farmaceutico europeo e italiano questo si traduce in quello che possiamo definire un “sandwich perfetto”: da un lato la pressione dell’innovazione globale, dall’altro una dipendenza strategica sempre più acuta sugli ingredienti attivi e sulle materie prime critiche. Una dipendenza che il combinato disposto della politica americana e della crisi iraniana ha reso improvvisamente

visibile e urgente.

I numeri parlano chiaro. Nei dieci mesi successivi all’annuncio della Most favored nation ci troviamo di fronte a una riduzione del 40% dei nuovi lanci in Europa. Con conseguenze già materiali per pazienti e sistemi sanitari. Nel frattempo, i costi industriali continuano a salire – alluminio, Pvc, vetro, ma anche energia – rendendo economicamente insostenibile produrre farmaci consolidati che i sistemi sanitari europei valorizzano con pochi euro al mese di terapia. Eppure, chi per primo intercetta queste leve forzose di cambiamento può acquisire un vantaggio competitivo duraturo: per i cittadini, per la sicurezza nazionale, per l’industria. Il Regno Unito ha già risposto aggiornando i propri paradigmi regolatori sull’innovazione e chiudendo un accordo con gli Stati Uniti. La Danimarca ha istituito una task force dedicata all’Mfn per identificare risorse adeguate a sostenere il settore. Altri Paesi come Francia e Germania sono ancora in fase transitoria. L’Italia ha oggi la possibilità concreta di agire fra i primi, e con più efficacia. Prima di tutto ponendo un capping al payback, considerata una barriera non tariffaria, e poi progressivamente superandolo. Riponiamo fiducia nel Testo unico in discussione in Parlamento.