Pubblicato il: 02/07/2026 – 11:02
di Giorgio Curcio
LAMEZIA TERME Una visita dermatologica a Messina, ma con lo studio del medico trovato chiuso e il nome dello specialista mai indicato. È la versione che, secondo il gip di Catania Luigi Barone, avrebbero fornito i due calabresi coinvolti nell’inchiesta catanese contro il clan dei Mazzei. Una spiegazione che il giudice definisce, nella sostanza, «priva di riscontri e di plausibilità logica». Perché, secondo la ricostruzione investigativa, dietro quel viaggio nella città dello Stretto non ci sarebbe stata alcuna visita medica, ma la consegna di una partita di cocaina destinata al gruppo catanese.
Il canale calabrese
Ma andiamo con ordine. Parliamo di Carmine Alvaro (cl. ’84 di Scilla) e Simone Condina (cl. ’89 di Cinquefrondi). Secondo il gip i due, in concorso tra loro e con un terzo soggetto non identificato, «avrebbero ceduto all’associazione un quantitativo imprecisato di cocaina». Luogo e data indicati dagli inquirenti: Messina, 7 febbraio 2024. Per entrambi il gip ha disposto la custodia cautelare in carcere. La vicenda racconta uno dei passaggi più interessanti dell’indagine: la rotta calabrese della droga diretta a Catania. Nell’ordinanza, il gip scrive che tra i canali di approvvigionamento dell’organizzazione promossa e diretta da Filippo Popolo ci fosse anche quello calabrese. Il 6 febbraio 2024 Popolo, insieme a Salvatore Luca Zappalà e Francesco Mannino, si sarebbe recato a Sant’Eufemia d’Aspromonte, nel Reggino, «al fine di effettuare un carico» di cocaina. La consegna, secondo gli investigatori, sarebbe poi avvenuta il giorno successivo nel territorio di Messina. Ovviamente non una scelta casuale perché dagli atti emerge che la “soluzione calabrese” sarebbe stata imposta dal prezzo troppo alto della cocaina a Catania, indicato nelle conversazioni intercettate in 38/40mila euro al chilo. Da qui la necessità, secondo la ricostruzione dell’accusa, di rivolgersi ai fornitori calabresi per abbattere i costi e rifornire il mercato catanese.








