Con un'acrobazia restò a capo dell'intelligencefino al 2021. Chissà come mai...
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Furono giornate intense quelle di inizio ottobre 2019 per Giuseppe Conte. Vi abbiamo già ricordato ieri il sospetto, di cui allora si parlò, di una certa insoddisfazione americana per la limitata collaborazione prestata dall’Italia alla controinchiesta dell’attorney general William Barr. La Washington trumpiana aveva per lo meno validi motivi per essere irritata: aveva concesso un endorsement pesantissimo a "Giuseppi", ottenendo in cambio molto meno di ciò che si attendeva, a quanto pare.
E proprio in questo scambio diseguale - rivisto ora per allora - sta la prima acrobazia di Conte: lestissimo a incassare il decisivo appoggio del presidente Usa quando lui era fragile e precario a Palazzo Chigi, ma poche settimane dopo puntiglioso nel veicolare ai media una versione secondo cui sarebbe stato proprio il Presidente del Consiglio, incontrando i vertici dei servizi italiani alla vigilia del confronto con Barr, a raccomandar loro di non consegnare carte o altri materiali. Immaginate l’umore dell’entourage trumpiano nel leggere questi retroscena. E immaginate- simmetricamente- l’umore di chi, nei palazzi romani, fu per lo meno indotto a pensare, chissà se a torto o a ragione, che Conte avesse usato la nostra intelligence per garantirsi la permanenza in sella.










