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Domenica sera il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva annunciato Project Freedom, un piano per guidare le petroliere e le navi commerciali fuori dallo stretto di Hormuz. Quarantotto ore dopo, martedì sera, Trump ha sospeso il piano. In parte l’ha fatto perché l’Iran, per ritorsione, aveva ricominciato a bombardare i paesi arabi del golfo Persico. Un’altra ragione è però emersa nelle ultime ore e riguarda un dissidio con Mohammed bin Salman, il principe ereditario e governante di fatto dell’Arabia Saudita.

Secondo vari giornali statunitensi, dopo l’inizio dell’operazione l’Arabia Saudita avrebbe chiuso ai mezzi militari americani il proprio spazio aereo, e vietato l’utilizzo delle proprie basi, rendendo in questo modo impraticabile tutto il Project Freedom. Mercoledì sera, dopo una telefonata tra Trump e Bin Salman, l’Arabia Saudita ha ripristinato l’accesso, ma ormai l’operazione americana era stata sospesa, e non è chiaro se riprenderà.

L’operazione Project Freedom prevedeva che la marina statunitense, dopo aver localizzato le mine depositate dall’Iran nello stretto di Hormuz, fornisse indicazioni alle navi commerciali su come attraversarlo in sicurezza, forzando in questo modo il blocco che l’Iran impone sullo stretto dall’inizio della guerra. Se gli iraniani avessero provato a sparare sulle navi, gli Stati Uniti sarebbero intervenuti militarmente. Per fare tutto questo (e soprattutto la seconda parte, quella dell’eventuale protezione militare) gli Stati Uniti avevano bisogno di mobilitare ampie forze, e di accedere allo spazio aereo e alle basi dell’Arabia Saudita, che controlla gran parte delle coste del Golfo.