Il ch-c’è-chi-non-c’è è sempre stato uno dei giochi di società preferiti della Roma politica quando si parla del 4 luglio. In anni passati era una notizia l’arrivo nei giardini di Villa Taverna di esponenti provenienti dalla vecchia famiglia comunista, come Massimo D’Alema (senza contare le visite segrete di Sergio Segre e Gian Carlo Pajetta ai tempi del Pci). Oppure l’aggirarsi nei saloni del vecchio seminario dei Gesuiti dei “barbari” di Bossi, poi dei “grillini” antisistema. Insomma, la cartolina di invito firmata dall’ambasciatore a stelle a strisce è sempre stata un metro per giudicare non solo le relazioni tra i due Paesi, ma anche la politica italiana. Per capire chi fosse arrivato in area di governo, chi ambisse a entrarci, dato che il viatico Usa è stato indispensabile, ben oltre gli anni della Guerra Fredda, per entrare a palazzo Chigi.
Ma ora? Senza contare Carlo Calenda che, non invitato, definisce l’appuntamento solo «una gran rottura di scatole» e anche una cosa «che sa un po’ di vassallaggio», non c’è dubbio che il ciclone Donald Trump abbia cambiato tutto nei rapporti Italia-Usa, compreso quel rito un po’ kitsch della festa dell’Indipendenza Usa, con le nuvole di fumo degli hamburger cotti sui barbecue, le tinozze piene di budweiser, l’orchestrina dell’esercito, i fuochi d’artificio.












