«Ormai è quasi mezzo secolo che vivo lontana dalla mia patria, in un esilio, che come diceva Victor Hugo, assomiglia «a una lunga insonnia». Iniziano così le memorie di Farah Diba, ultima imperatrice dell’Iran. Il mio Iran, memorie e speranze, titolo e sottotitolo della versione italiana del libro (Bur). Da quel 16 gennaio del 1979 quando in Iran esplode la rivoluzione islamica che rovescia la monarchia e l’ayatollah Khomeini prende il potere, non ha più rivisto la sua terra dove oggi si combatte per avere non solo la pace ma anche la speranza di un futuro libero in cui non si muore sotto le bombe americane ma nemmeno per le violenze di un potere feroce che nega diritti e libertà.
L’imperatrice che non ha mai rinunciato al suo cognome da ragazza, da quando l’Iran è tornato al centro dell’attenzione internazionale con una nuova ondata di proteste e la violenta repressione del regime degli ayatollah, sta cercando di assumere, accanto al figlio Reza Ciro, il ruolo di guida del popolo. «Diverse analisi basate sulle tendenze dei social media hanno rivelato che Reza è tra le figure più popolari in Iran... Reza auspica l’avvento di uno stato democratico e laico». La speranza di tornare sul trono del Pavone. Una attesa infinita nonostante le parole rassicuranti dello scià prima della partenza: «Un paio di settimane “di vacanza». Lui, già malato, morirà in esilio. Non sembra esistere lieto fine per la fiaba di questa donna che, a soli ventun anni, sposò Mohammad Reza Shah Pahlavi, re dell’Iran, dopo il divorzio da Soraya che non riusciva a dargli un erede. Alla sua “rivale” nel libro Farah Diba concede solo poche parole di comprensione e pietà. Lei allo Scià ha dato 4 figli e la venerazione. Ancora oggi è lei a perorare le sue lodi nonostante la storia che non dimentica la feroce repressione del dissenso. «Mi consideravo anche io una soldatessa della Rivoluzione perché credevo con tutte le mie forze che la via tracciata da mio marito fosse quella giusta. Eravamo stati un Paese sottosviluppato... e 20 anni dopo ci eravamo guadagnati la definizione di nazione in via di sviluppo».






