Mentre scriviamo, sul Centre Court di Wimbledon Jannik Sinner sta completando il secondo turno contro il portoghese Nuno Borges, dopo aver superato al quinto set un ostico esordio con Miomir Kecmanovic. Un match, quello d'esordio, che ha lasciato il segno anche letteralmente: una brutta caduta sull'anca sinistra ha aperto una ferita al piede, con tanto di unghia rotta, e la macchia di sangue è finita dritta sulla tomaia candida della scarpa. Del resto il numero uno del mondo, campione uscente, veste come tutti gli altri centoventotto giocatori del tabellone: completamente di bianco, dalla maglietta ai calzini, dalle scarpe alla fascia tra i capelli. È un dettaglio che agli occhi di chi segue il tennis solo durante le due settimane londinesi può sembrare una semplice scelta estetica. In realtà è una delle regole più rigide e più antiche dell'intero sport professionistico, capace di mettere in difficoltà campioni come Roger Federer e di tenere lontano dai campi per anni un ribelle dichiarato come Andre Agassi.

Un'eredità vittoriana nata per nascondere il sudoreLa storia del dress code di Wimbledon comincia con il torneo stesso, nel 1877. In quella prima edizione parteciparono solo aristocratici e persone benestanti, abituati a vestire di bianco perché erano tra i pochi che potevano permettersi di far lavare regolarmente gli abiti. Non era però soltanto una questione di censo. Nell'Inghilterra vittoriana sudare in pubblico era considerato sconveniente, quasi indecoroso per gentiluomini e gentildonne che si concedevano lo sport come intrattenimento raffinato tra un tè e l'altro. Il bianco, riflettendo la luce, aiutava a mantenere un aspetto composto e a rendere meno visibili le macchie di traspirazione. Un'esigenza pratica che si sposava perfettamente con la morale del tempo, per cui un'etichetta sociale finì, col passare dei decenni, per trasformarsi in regola scritta.