Tutti i giornali e i talk show della destra sono mobilitati in questi giorni contro Giuseppe Conte, nel tentativo di alimentare la campagna condotta dalla maggioranza attraverso la commissione Covid, in un tipico ma particolarmente cinico esempio di uso strumentale, illiberale e fazioso delle istituzioni. Tipico, si capisce, degli Stati Uniti di Donald Trump, e prima ancora di quella «democrazia illiberale» teorizzata e praticata da Viktor Orbán in Ungheria, non per niente due dei principali punti di riferimento di Giorgia Meloni e del suo partito.

È una manovra che si sposa perfettamente con il tentativo di manipolare la legge elettorale in modo da consegnare tutti i poteri al vincitore, e con le parole rivelatrici della stessa Meloni sul Quirinale. Questo però lo sapevamo già. Se ne parlo oggi è perché la vicenda della commissione Covid ci dice anche altre due cose che mi paiono degne di nota, una triste e una tragica.

L’aspetto più disperante della campagna di Fratelli d’Italia e di tutti i giornali di area (ieri le accuse a Conte sulla gestione del Covid erano l’apertura di Libero, Verità, Giornale e Tempo), ovviamente con televisioni al seguito (cioè praticamente tutte, ormai, esclusa La7), sta nel fatto che il senso ultimo della battaglia non sta nel tentativo di mettere una buona volta alle strette l’allora presidente del Consiglio, faccio per dire, sulla mancata chiusura di Alzano e Nembro (pur considerando tutte le ragionevoli scusanti per l’assoluta novità e imprevedibilità e drammaticità dell’emergenza), o sull’imperdonabile tergiversare del suo governo di fronte alla seconda ondata (per cui le scusanti di cui sopra non si potevano più accampare). Tutte questioni per cui penso di essere stato tra i primi, e di sicuro tra i più costanti, a prendermela con Conte (come ho fatto anche per la grottesca gestione di tutto il resto).