"Più che di resilienza, termine che trovo abusato, le due storie del libro hanno in comune la resistenza". Gaja Cenciarelli parla del romanzo “Il rivoluzionario e la maestra“ (Marsilio) in cui si intrecciano le storie di una donna alle prese con l’ennesimo sfratto con quelle di Adolfo Wasem e Sonia Mosquera rapiti nel 1972 in Uruguay durante la dittatura militare e morti dopo 12 anni di torture indicibili. Ne parlerà domani la scrittrice alle 19 a Macerata Racconta, appuntamento nel cortile di Palazzo Buonaccorsi dove si entrerà nella doppia storia illustrata nel libro accomunata dal senso di libertà e dalla forza di resistere.

Cenciarelli, quanto è stato difficile trovare le parole giuste capaci di rendere vivi in ogni pagina Adolfo e Sonia, vittime della repressione della dittatura in Uruguay, e far sentire la loro voce quarant’anni dopo la morte?

"È stato molto complicato. Sono due persone che purtroppo non hanno più voce, non è possibile sentirle parlare, così ricostruire le loro vite è stato innanzitutto al centro di ricerche e di studio. Bisogna stare molto attenti e rispettosi quando si ha a che fare con storie realmente esistite, hanno giocato un grandissimo ruolo nell’architettura del romanzo il rispetto, la puntualità della ricostruzione e la complessità della vicenda".