Si entra da piazza della Scala pensando di andare a cena, e invece no, la cena arriva dopo: perché prima si è rapiti. Non in senso letterale, ma felicemente rapiti dal museo, dal cortile, dalle Gallerie d’Italia e dalla presenza monumentale delle opere di Arnaldo Pomodoro; e poi arriva Voce Aimo e Nadia, che dentro quel sistema di collezioni e capolavori – che consigliamo di visitare – funziona come un’estensione naturale del museo, un salotto più che buono, per l’occasione buonissimo, nel cuore borghese di Milano. È qui che Buonissima ha portato la sua prima vera trasferta milanese.
Il festival è nato a Torino nel 2021 con un’idea semplice ed ambiziosa: intrecciare cibo, arte e bellezza, usando la gastronomia come linguaggio per raccontare una città. Nel 2026 arriverà alla sesta edizione, dal 21 al 25 ottobre, con più di cento appuntamenti diffusi a Torino.
@GabrieleFerraresi
Intanto questa anteprima milanese dice che Buonissima sta cercando una forma adulta, riconoscibile – esportabile, anche – ma non per forza più grande: più matura. Buonissima sembra avere capito una cosa che alcuni eventi gastronomici non capiscono, ovvero che crescere non significa per forza aggiungere stand, sponsor, chef, badge, degustazioni, file, calici, selfie e tavoli tecnici. A volte crescere significa scegliere bene i contesti e non perdere il rapporto con la città – anche andando in un’altra città, certamente: ma a patto di portarci uno chef, Matteo Baronetto, che rappresenta Torino più della Mole Antonelliana – e tenere insieme l’alto e il popolare senza trasformare il popolare in folklore e l’alto in autocelebrazione. È questa, probabilmente, la sua differenza rispetto a tanta offerta gastronomica contemporanea e, per ora, la sensazione è che il festival abbia trovato una direzione chiara.






