Quando cinque anni fa abbiamo distillato lo slogan di Buonissima — «cibo - arte - bellezza» — volevamo mettere in chiaro due aspetti. Il primo è che la cucina ha la necessità vitale di dialogare con ciò che ha attorno, con la creatività, con la cultura, altrimenti avvizzisce o si trasforma in un’abbuffata grottesca. Il secondo è che Buonissima è un «festival» — non una fiera, non un congresso, non un ritrovo per addetti (cit: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo) — e in quanto tale riempie non solo i ristoranti e le piole, ma anche le piazze, i palazzi, i musei.